Nella sala espositiva “Gino Vanzi” della Proloco di Altessano – Venaria Reale, il 29 gennaio 2023, Giorno della Memoria, ha chiuso la mostra dedicata alla Regina Mafalda di Savoia, che ha visto una grande affluenza di pubblico.

Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana era nata a Roma nel 1902 da Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro, soprannomi= nata Muti e di indole docile e obbediente.
Ereditò dalla madre Elena il senso della famiglia, i valori umani, la passione per la musica e per l’arte.
Trascorse la sua infanzia nell’ambiente famigliare accanto alla madre ed alle sorelle Giovanna Iolanda, Maria Francesca e al fratello Umberto; trascorreva le vacanze insieme a tutta la famiglia a Sant’Anna di Valdieri(CN), a Racconigi (CN) e a San Rossore (PI).
Durante la prima guerra mondiale, con le sorelle seguì la madre nelle sue frequenti visite ai soldati ai feriti ricoverati negli ospedali, facendosi così coinvolgere nelle attività materne di conforto e cura delle truppe.
Il 27 settembre 1925, Mafalda si sposò a Racconigi con il principe tedesco Filippo d’Assia -Kassel, che fu per pochi mesi del 1918 re di Finlandia e Carelia. Filippo nel giugno 1933, su proposta di Hitler, assume l’incarico di governatore della provincia d’Assida-Nassau. Come dono di nozze ebbero una pianta carnivora e un casale, situato tra i Parioli e la villa Savoia, a cui gli sposi dettero il nome di Villa Polissena, in memoria della principessa Polissena Cristina d’Assia-Rotenburg, seconda moglie di Carlo Emanuele II di Savoia.
Fu il periodo dell’ascesa in Italia del fascismo, visto da Mafalda con simpatia. Pur non riconoscendo alcun titolo nobiliare, il partito nazista assegnò a suo marito Filippo un grado nelle SS e vari incarichi.
Nel settembre 1943, alla firma dell’armistizio con gli alleati, i tedeschi organizzarono il disarmo delle truppe italiane. Badoglio e il re traferirono la capitale al Sud, ma Mafalda, partita per Sofia per assistere la sorella Giovanna, il cui marito Boris III era in fin di vita, non fu messa al corrente dei pericoli, forse per paura che informasse il langravio suo marito, che era agli ordini del Fuhrer. Seppe, quindi, dell’armistizio mentre era in Romania: ne venne, infatti, informata durante il suo viaggio di ritorno dalla regina Elena di Romania che aveva fatto fermare appositamente il treno su cui stava viaggiando e aveva tentato di farla desistere del rientro in Italia, consiglio che Mafalda decise di non seguire.
Dopo i funerali del cognato Boris III la principessa Mafalda decise di rientrare a Roma per congiungersi con i figli e la famiglia, incurante dei rischi benché fosse figlia del re d’Italia e legatissima alla sua famiglia di origine, era anche e soprattutto cittadina tedesca, principessa tedesca, moglie di un ufficiale tedesco, quindi sicura che i tedeschi l’avrebbero rispettata. Con molte difficoltà il 22 settembre 1943 riuscì a raggiungere Roma dove fece appena tempo a rivedere i figli, custoditi in Vaticano da mons. Montini (il futuro papa Paolo VI).
Il 23 settembre 1943 mattina, all’improvviso, venne chiamata al comando tedesco con tutta calma, per l’arrivo di una telefonata del marito da Kassel in Germania. Si trattò di tranello: in realtà il marito era già nel campo di concentramento di Flossenburg. Mafalda venne subito arrestata e imbarcata su un aereo con destinazione Monaco di Baviera, fu trasferita poi a Berlino e infine deportata nel lager di Buchenwald, dove venne rinchiusa nella baracca n. 15 sotto falso nome (Frau von Weber).
Il regime, pur privilegiato rispetto a quello di altri prigionieri, fu comunque duro: la vita del campo e il freddo invernale intenso la provano molto. Malgrado il tentativo di segretezza attuato dai nazisti la notizia che la figlia del re d’Italia si trovava a Buchenwald si diffuse.
Dalle testimonianze si apprende che i prigionieri italiani avevano sentito dire di una principessa italiana reclusa e che un medico italiano lì rinchiuso le aveva prestato soccorso. Si sa anche che mangiava pochissimo e che quando poteva faceva in modo che quel poco che le arrivava in più fosse distribuito a chi aveva più bisogno di lei.
Nell’agosto 1944 le truppe alleate bombardarono il lager; la baracca in cui era prigioniera la principessa fu distrutta ed ella riportò gravi ustioni e contusioni varie su tutto il corpo. Fu ricoverata nell’infermeria, ma senza cure le sue condizioni peggiorano. Dopo quattro giorni di tormenti, a causa delle piaghe insorse la gangrena e le fu amputato il braccio. Ancora addormentata, Mafalda venne abbandonata in una stanza del postribolo, privata di ulteriori cure e lasciata a se stessa.
Morì dissanguata, senza aver ripreso coscienza, nella notte del 28 agosto 1944; sembra che, poco prima di morire, abbia detto ai deportati che la salvavano:” Sento che per me sarà difficile guarire, voi siete giovani, potete farcela…Se mai la fortuna vi aiuterà a tornare fatemi un bel regalo…salutami i miei figli Maurizio, Enrico, Ottone e Elisabetta. Salutami tutta l’Italia delle Alpi alla Sicilia.”

Le maestre delle scuole del comune di Venaria Reale hanno raccontato ai loro allievi la storia della Regina Mafalda, tanto che bambini hanno scritto letterine all’Istituto Nazionale per la Guida d’Onore alle Reale Tombe del Pantheon in cui hanno sottolineato che Mafalda disse: “Non ricordatemi come principessa ma come una vostra sorella italiana”, insegnandoci, quindi, che: ”La storia ci ha insegnato che nessun uomo, per quanto ricco e potente, può considerarsi al riparo dalle tragedie”.
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