di Stefano Tonetto
Il 22 febbraio 2022 presso la GAM di Torino ha avuto luogo l’Anteprima per la stampa della mostra dedicata a Vincenzo Agnetti (Milano, 1926 – 1981), quinto appuntamento del ciclo espositivo nato dalla collaborazione tra l’Archivio Storico della Biennale di Venezia e la Videoteca GAM e volto a testimoniare la stagione iniziale del video d’artista italiano tra anni Sessanta e Settanta.
Vincenzo Agnetti si diploma all’Accademia di Brera, frequenta la scuola del Piccolo di Milano, inizia la sua carriera alla fine degli anni Cinquanta con la pittura informale e la poesia, collabora con Enrico Castellani e Piero Manzoni alle attività della Galleria Azimut, aperta a Milano fra il 1959 il 1960, e della rivista Azimuth, con la pubblicazione di:” Non commettere atti impuri” nel primo dei due numeri che saranno stampati. Nel 1962 si trasferì in Argentina per lavorare nel campo dell’automazione elettronica. In quel periodo, chiamato dall’artista liquidazionismo o arte no (rifiuto di dipingere) spariscono le sue produzioni “pre-artistiche“. Nel 1967 ha luogo la sua prima personale (Principia) al Palazzo dei Diamanti a Ferrara. Oltre all’arte si dedica anche ad un’ intensa attività di saggista, scrittore e teorico.[1] Vincenzo Agnetti muore improvvisamente per emorragia cerebrale nel 1981.
Il direttore della GAM di Torino Riccardo Passoni ha fatto gli onori di casa ai convenuti tra cui si annoverano la Presidente dell’Archivio Vincenzo Agnetti Germana Agnetti, la curatrice della mostra Elena Volpato ed ai giornalisti presenti.
Agnetti ha evidenziato come tre delle opere esposte afferiscano a tre tecniche differenti, mentre le altre tre seguano in unico tema conduttore, ma tutte sono finalizzate alla sostituzione della parola con i numeri.
Per Agnetti la sintesi del pensiero è alla base dell’arte, in quanto sollecita i visitatori affinchè riproducano un lavoro analitico a partire da un lavoro sintetico che raggiunge la mente in seguito alla visione di una certa opera.
Per svolgere la sua attività artistica Agnetti comincia con la realizzazione di cartelle che sintetizza e trasforma in opere.
La sostituzione della parola con il numero nasce da due paradossi: il primo è rappresentato dal fatto che l’Agnetti è un artista della parola che azzera per trasformarla in numero elevandola, il secondo è dato dal fatto che i numeri vengono letti, creando una sonorità che fa entrare in un universo strettamente emotivo.
L’esposizione affronta attraverso poche e irrinunciabili opere un aspetto fondamentale del lavoro di Agnetti: la sostituzione tra parola e numero come ultimo grado di analisi critica e azzeramento del linguaggio. Il tema emerge nelle sue opere a partire dal 1968 con la realizzazione della Macchina drogata, una calcolatrice che traduce i numeri digitati in sequenze di lettere che si combinano senza alcun significato.
Una delle più note massime che Agnetti ci abbia consegnato afferma:” Una parola vale l’altra ma tutte tendono all’ambiguità”. Sulla via dell’azzeramento di ogni strutturato sistema culturale, il passaggio successivo non può che essere la verifica di un ancor più radicale ipotesi: un codice vale l’altro ma nessuno veicola significati. La parola è ambigua e ogni esercizio di traduzione ne è la riprova. E i numeri, che comunemente ci appaiono come un alfabeto universale e come elementi di un linguaggio esatto, si mostrano nel lavoro di Agnetti altrettanto deserti di ogni capacità di comunicare significati, ma si offrono come supporti all’intonazione della voce.
Nell’esposizione di un’opera della serie Assiomi, realizzata nel 1969, si vede sotto una sequenza di lettere rovesciate ed elevate a diversi valori numerici una frase incisa: Quando le parole si elevano a valori di numeri i numeri valgono le parole. L’uno e l’altro codice, lettere e numeri, si trovano in posizione di simmetrico rispecchiamento, visivo e concettuale. Se c’è una promessa di intensità, un sentore di dimenticato fondamento, può trovarsi solo nello spazio tra di loro, in quel nero compatto della bachelite che sembra portare indietro nel tempo, come non volesse più essere funzione di supporto agli instabili segni bianchi. Il nero che occupa il centro e la maggior estensione dell’opera è una delle molteplici forme di quel vuoto attorno al quale si raduna tutta l’intelligenza dell’opera di Agnetti. Un vuoto nato dal voluto collasso di tutti i linguaggi e tuttavia aperto alla ricerca di qualcosa, forse un’eco, un rimbombo sonoro che abbia a che fare con l’interiorità del senso e non con la formulazione di un significato.
Il tema della permutabilità di parole e numeri giunge a compiuta espressione nel 1973, anno di realizzazione del video presentato in mostra, Documentario N.2, girato da Vincenzo Agnetti presso il suo studio a Milano. Nel giro di pochi minuti si passa dalla messa in scena dei più tipici codici didascalici del linguaggio documentario all’ermetico prodursi della voce dell’artista che pronuncia un discorso fatto unicamente di numeri e diverse intonazioni espressive, mentre le immagini passano dalla ripresa fissa di una sequenza numerica trasformata in pattern visivo allo schermo nero fino a che, in quel buio, il suono si blocca come per l’improvviso incepparsi di un nastro audio.
Il video offre ad Agnetti la possibilità di sovrapporre, e così elidere, più linguaggi e più elementi: immagini e buio, testo parlato e scritto, lingua italiana e inglese, numeri arabi e forme geometriche, nitide riprese in movimento e immagini sfocate a camera fissa, particolari di opere dell’artista inframmezzati a oggetti e strumenti di lavoro. Tutto si mescola, tutto si contraddice e nello stacco tra l’uno e l’altro elemento contrapposto, si fa largo la percezione del vuoto sottostante.
Il 1973 è anche l’anno di realizzazione di Frammento di Tavola di Dario tradotto in tutte le lingue, dove l’evocazione di un passato abissale si presenta con i caratteri della scrittura cuneiforme per confrontarsi con una sequenza numerica, linguaggio del presente tecnologico. La linea di confine tra l’una e l’altra immagine è uno iato nel tempo che rende ancor più profondo l’evidente tradimento che si nasconde nella promessa di una traduzione universale. L’opera nella sua semplice ieraticità è la rovesciata Stele di Rosetta con cui l’artista vuol scardinare di ogni passato e futuro linguaggio la presunzione illusoria di possedere le chiavi del significato.
Si desidera ringraziare la Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT a cui si deve l’acquisizione dei libri d’artista esposti in mostra, parte del Fondo Giorgio Maffei presso la GAM, l’Archivio Storico della Biennale di Venezia, l’Archivio Vincenzo Agnetti, Emilio e Luisa Marinoni.
Sopra: V. Agnetti, Frammento di Tavola di Dario tradotto in tutte le lingue, 1973, fotografie su pannello e scrittura a china, Collezione Emilio e Luisa Marinoni, Lurago Marinone
v. Magenta 31 Torino
Orario di Apertura: da martedì a domenica dalle 10 alle 18. Chiuso il lunedì
La biglietteria chiude un’ora prima
VideotecaGAM – ingresso libero
t. 011 4429518 Galleria d’Arte Moderna