Venerdì 24 gennaio 2025 a Torino, nella Corte Medievale di Palazzo Madama, è stata presentata alla stampa la mostra: “Giro di posta. Primo Levi, le Germanie, l’Europa”, promossa dal Centro Internazionale di Studi Primo Levi e curata da Domenico Scarpa.

 

Il direttore di Palazzo Madama di Torino Giovanni Carlo Federico Villa ha fatto gli onori casa, si è detto orgoglioso di ospitare la mostra ed ha raccontato un po’ di storia del Palazzo che, il 15 ottobre 1861, ha ospitato il Consiglio d’Europa dove si è firmata la carta sociale europea, cioè la carta dei nostri diritti.

Fabio Levi nel suo intervento ha commentato l’esposizione e ha segnalato che il Centro Internazionale di Studi Primo Levi di Torino ha ricevuto la medaglia del Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella.

 

Per la prima volta, un’intera mostra viene dedicata a Primo Levi scrittore di lettere.
Realizzata con documenti in gran parte inediti, “Giro di posta” racconta la vasta rete di carteggi che Primo Levi intrattenne per con i suoi interlocutori tedeschi: lettori e lettrici di: “Se questo è un uomo”, amici, intellettuali e anche qualcuno che in Auschwitz stava «dall’altra parte». Le corrispondenze esposte attraversano quasi mezzo secolo di storia europea e riflettono sulla memoria dello sterminio, ma anche sull’Europa e la Germania divise in due.

Il «giro di posta» del titolo si presenta insomma come un’ampia discussione sulla Shoah e sul suo posto in un’Europa da ricostruire dopo la guerra, ma ben presto divisa in due blocchi contrapposti. E si presenta come una rete per molte ragioni: perché ci sono circuiti di posta dove una stessa lettera viene spedita a più destinatari per sollecitarli a dire la loro; perché copre come un reticolato aree della Germania a Est e a Ovest, sconfinando in ulteriori paesi; perché vi si intrecciano le quattro lingue – l’italiano, il francese, l’inglese e il tedesco – adoperate da Levi.

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La mostra è ideata e promossa dal Centro Internazionale di Studi Primo Levi di Torino che ha dato forma al progetto dell’architetto Gianfranco Cavaglià con Anna Rita Bertorello, la cui grafica è di Ars Media.
Giro di posta” fa parte del progetto: “LeviNeT”, finanziato dallo European Research Council e coordinato da Martina Mengoni dell’Università di Ferrara e sviluppato sul sito Levinet in cui si può visitare l’edizione bilingue italiano/inglese in open access dei carteggi di Primo Levi con lettori e interlocutori tedeschi e germanofoni.

Negli ottant’anni dalla liberazione di Auschwitz (27 gennaio 1945 – 27 gennaio 2025), la mostra: “Giro di posta. Primo Levi, le Germanie, l’Europa” è una inedita ricostruzione, e un nuovo inizio, per l’itinerario di un classico europeo.

La mostra comprende cinque sezioni:

1. Primo Levi. Un precoce pensiero europeo
Si parte dal 1941: il 12 giugno di quell’anno Primo Levi consegue un diploma di laurea in Chimica dove accanto al suo nome si legge «di razza ebraica». Questa sezione di apertura accompagna Levi fino al 1958, quando esce da Einaudi l’edizione definitiva del suo libro «primogenito»: “Se questo è un uomo”. È proprio questa pubblicazione a innescare le sue corrispondenze tedesche: una vicenda che attraversa la storia d’Europa fin quasi al crollo del Muro di Berlino.

2. Hermann Langbein. Un uomo formidabile
«Un uomo formidabile», questo è Hermann Langbein secondo Primo Levi: un uomo che suscita una sbalordita ammirazione. Nato a Vienna nel 1912, Langbein combatte contro i fascisti nella Guerra di Spagna, fa oltre sei anni di prigionia nei campi nazisti e sarà poi, nel dopoguerra, tra i maggiori testimoni e studiosi di Auschwitz, tra i più tenaci cacciatori di ex criminali nazisti e tra i principali promotori dei processi che li riguardano. Sarà inoltre l’autore o il curatore di quattro libri fondamentali per conoscere i segreti e le verità sui lager, tra cui spicca: “Uomini ad Auschwitz” (1972). La sua trentennale amicizia con Primo Levi è documentata dalla vasta corrispondenza inedita che viene presentata per la prima volta in questa mostra.

3. Heinz Riedt. Un tedesco anomalo
Heinz Riedt è il traduttore che ha fatto parlare in tedesco due libri di Levi molto diversi: “Se questo è un uomo” e “Storie naturali”. Levi lo ha definito «un tedesco anomalo». E lo è stato davvero. Era un suo coetaneo (classe 1919) e figlio di un diplomatico che ha vissuto in Italia dai due ai dodici anni. Più tardi è riuscito a eludere il servizio militare nella Wehrmacht e ha fatto il partigiano a Padova in una banda di Giustizia e Libertà, con il nome di battaglia «Marino». Con la sua avversione al nazismo, con il suo passato nella Resistenza, con il suo italiano perfetto, era la persona ideale per tradurre: “Se questo è un uomo” nella lingua – il tedesco – in cui erano accaduti i fatti del libro. Ma, al di là del rapporto professionale, quella tra Heinz Riedt e Primo Levi è stata una grande amicizia, cementata anche dalla solidarietà di Levi quando nel 1961 il suo traduttore, che viveva a Berlino Est, fuggì in Occidente con tutta la famiglia proprio mentre veniva costruito il Muro di Berlino.

Da questa sezione, si anticipano due importanti brani epistolari. È un botta-e-risposta tra Levi e il suo amico e traduttore Riedt in merito all’esperienza di Riedt nella resistenza italiana.

Primo Levi a Heinz Riedt, da Torino, 31 dicembre 1959
Ora mi permetta una domanda (ma mi risponda solo se può e se vuole): come ha potuto Lei essere partigiano in Italia? Comunque sia stato, è da parte sua una fortissima testimonianza di «volontà buona». Quanti sono stati coloro che, nelle Sue condizioni, hanno saputo distinguere il bene dal male, e scegliere quella strada così difficile? Per noi, la scelta era più facile, e forse anche meno pericolosa.

Heinz Riedt a Primo Levi, da Berlino Est, 18 gennaio 1960
Lei mi chiede, come mai ho potuto fare il partigiano in Italia. In sostanza è una cosa molto semplice. Dopo tre anni di servizio militare (in Germania) ne sono stato miracolosamente esonerato «temporaneamente» per malattia – forzata anche da me con la precisa intenzione – e venni a Padova a studiare. La decisione di partecipare alla Resistenza non comporta né meno né più «buona volontà» di quella presa dai miei compagni italiani (forse è una certa «affinità» che facevo parte anch’io di una Brigata G.L., precisamente della «S. Trentin» con a capo mio amico Renato Otello Pighin, medaglia d’oro al valor partigiano, ammazzato dalle SS italiane):.”

4. Giro di posta
La sezione che dà il titolo all’intero allestimento riguarda una «intricata rete epistolare» che dal 1966 fu tessuta intorno a Primo Levi (l’espressione tra virgolette è sua) da Hety Schmitt-Maass, addetta stampa presso il Ministero della Cultura dell’Assia. Schmitt-Maass mise Levi in contatto con alcune persone che in Auschwitz stavano «dall’altra parte» rispetto a lui, a cominciare dal chimico Ferdinand Meyer – caporalmaggiore della Wehrmacht e chimico nel laboratorio di Buna-Auschwitz III dove Levi lavorò negli ultimi mesi della sua prigionia –, che molti anni dopo comparirà come «dottor Müller» in: “Vanadio”, penultimo racconto in: “Il sistema periodico” (Einaudi 1975).

5. Le lettrici e i lettori
Studentesse e studenti, alcuni medici, un funzionario della radio, un architetto, un’assistente sociale, una bibliotecaria, e perfino un chimico. E poi, i tanti che non dichiarano né il mestiere né l’età, anche se quest’ultima si lascia sempre suppergiù indovinare. Sono queste le lettrici e i lettori che a partire dall’ultimo scorcio del 1961 scrivono a Primo Levi per rispondere a una domanda che li riguarda: «È possibile capire i tedeschi?». Le loro risposte possono essere appassionate, sconfortate, elusive, ingenue, e possono fare ricorso alla filosofia, alla psicologia, alla storia, alla religione. Ce ne sono di brevi e ce ne sono di lunghissime: anche decine di fogli, anche sotto forma di inchiesta sociologica, svolta appositamente per trovare una risposta a quella domanda così urgente. Molte di queste lettere, firmate da lettrici e lettori giovani, parlano della colpa e della vergogna che provano i tedeschi. Ma la provano soprattutto quelli che, per ragioni anagrafiche, sono innocenti.

Cifre, anni, persone

Per finire, un po’ di informazioni quantitative.
Le corrispondenze «tedesche» di Primo Levi coprono quasi trent’anni di storia europea, dal 1959 al 1986, e superano le 500 unità epistolari. Salvo poche eccezioni, sono tutte inedite.
Di qui al 2027 queste lettere verranno pubblicate in open access e in versione bilingue italiano-inglese sul portale levinet.eu, coordinato dalla professoressa Martina Mengoni presso l’Università di Ferrara, nell’ambito del progetto europeo: “LeviNeT” finanziato dallo European Research Council.
Nello scorso novembre è però uscito da Einaudi in edizione cartacea, a cura di Martina Mengoni, “Il carteggio con Heinz Ried”t, che contiene 132 lettere di Levi e di Riedt, relative agli anni 1959-1968.
La mostra: “Giro di posta” offre, in versione completa o per stralci, alcune decine di lettere inedite, scritte da Primo Levi o dirette a lui. Per dare un’idea, le lettrici e i lettori tedeschi di cui Levi ha conservato nel suo archivio personale le lettere sono 28: 15 donne e 13 uomini. La corrispondenza con loro è formata da 30 lettere di Levi e da 57 lettere ricevute da lui. Le 57 lettere delle sue lettrici e dei suoi lettori sono tutte in tedesco, mentre Levi ne scrive 15 in italiano, 6 in francese, 4 in inglese e 5 in tedesco.

Informazioni :

La mostra è aperta dal 24 gennaio 2025 al 5  maggio 2025