Un museo accessibile non è mai chiuso. Uno scalino, un passaggio troppo stretto, una didascalia nel posto sbagliato, sono voci di un elenco ormai noto delle possibili barriere di un museo. Oggi però non basta più che un luogo di cultura sia semplicemente percorribile: esistono nuovi standard, indici diretti di una società sempre più complessa. Perché un museo accessibile è una comunità: non un luogo in cui andare a guardare qualcosa e chiederci se “potevamo farlo anche noi”, ma un contesto in cui ritrovare i nostri stessi desideri, le nostre stesse paure, raccontati come noi non avremmo saputo fare – o almeno non ancora.
La mostra Aletheia di Berlinde De Bruyckere è stata esplorata da persone cieche o afasiche, da ragazzi con autismo o con ritardo cognitivo, da bambini, da persone anziane, di culture e lingue diverse. Se l’incontro con la mostra è risultato accessibile per tutti, è stato principalmente grazie alla straordinaria forza delle opere che ne fanno parte. Il museo ha avuto “soltanto” il compito e il privilegio di creare le condizioni per cui un’esperienza così speciale fosse condivisa da persone diverse, che non si sarebbero incrociate altrove, ma che davanti all’opera d’arte hanno trovato la piazza in cui incontrarsi e discutere, oltre ogni differenza. Per questo motivo facciamo in modo che la maggior parte dei nostri eventi siano fruibili anche da pubblici con disabilità, e quando pensiamo a un’attività per persone con fragilità fisiche o psichiche, ne immaginiamo una fruizione aperta a tutti. Le visite tattili o le esperienze di avvicinamento all’arte attraverso la danza, ad esempio, sono normalmente dedicate a pubblici con disabilità, ma sono occasioni a cui chiunque può partecipare: per fare esperienza delle mostre in modo diverso, trovandosi in una situazione che crea benessere proprio perché è inclusiva fin dalla sua concezione.
Un museo accessibile sa che per crescere deve imparare e insegnare a progettare senza creare barriere, a immaginare una comunità preparata all’accoglienza e alla condivisione.
Il linguaggio rimane uno degli strumenti chiave in questa agorà: la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo parla attraverso la lingua densa della didascalia, o quella agile dei social media, ma soprattutto con quella disponibile e calda della mediazione culturale, e con quella creativa del disegno, della fotografia, della danza. Come nella pratica del calco utilizzata da Berlinde De Bruyckere nei suoi lavori, la comunicazione nel museo agisce per contatto e si plasma sulle necessità specifiche dei pubblici che incontra, accoglie e integra.
Crediamo molto nell’idea del museo come luogo di appartenenza, in cui chiunque possa riconoscersi e condividere qualcosa di sé con gli altri. Pensiamo spesso a ciò che “ci si porta a casa” dalla visita alle nostre mostre, e per questo proviamo a lasciare qualcosa tra le mani dei nostri visitatori: didascalie stampate, una mappa tattile, i materiali utilizzati durante un laboratorio. Il museo accessibile arriva così nelle nostre case, e resta una casa, aperta, per ognuno di noi.
Alcuni strumenti e esperienze:
- La mappa tattile con audiodescrizione della mostra Aletheia, di Berlinde De Bruyckere http://fsrr.org/wp/wp-content/uploads/Mappa-minolta_Aletheia.pdf
- La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo in Lingua Italiana dei Segni https://vimeo.com/190539662
- La storia sociale, dedicata a persone con autismo http://fsrr.org/wp/wp-content/uploads/visita-libera-in-FSRR_generale.pdf
- La visita della mostra Aletheia con la Fondazione Carlo Molo, dedicata a persone afasiche http://www.isabile.it/la-mostra-aletheia/