Giovedì 28 marzo 2019 alle ore 18.30 ha avuto luogo l’inaugurazione e la presentazione della mostra : “ketty la rocca. Appendice per una supplica” alla presenza di Michelangelo Vasta rappresentante dell’Archivio Ketty La Rocca, Riccardo Montanaro membro della Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT, il direttore della GAM Riccardo Passoni ed Elena Volpato in qualità di conservatore della GAM .
L’esposizione presenta le recenti acquisizioni da parte della Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT sia del video :”Appendice per una supplica” del 1972, di Ketty La Rocca, sia dei suoi libri d’artista con alcune opere grafiche e fotografiche realizzate tra il 1970 e il 1974.
Questo filmato è uno dei primi video d’artista prodotto in Italia, realizzato in collaborazione con Gerry Schum e presentato in occasione della 36° Biennale di Venezia nella sezione “Video-nastri”, accanto all’esposizione di libri d’artista : “Il libro come luogo di ricerca”, curata da Renato Barilli e Daniela Palazzoli, nella quale fu presentato: “ In principio erat” di Ketty La Rocca, 1972.
In entrambe le opere la gestualità delle mani è centrale anche se non vengono rispettati i codici della comunicazione, non è usato il linguaggio dei segni, né la tradizionale espressività della gestualità italiana, dando all’immagine una nuova libertà, un’inedita forza espressiva, ponendola in un vuoto pre-linguistico come nel caso del video, o accostandola a brevi testi volutamente privi di senso come nel libro: ” In principio erat ”.
Il titolo di quel libro evoca non a caso l’epifania del logos nel Vangelo di Giovanni, quell’attimo aurorale del senso in cui il verbo appare come pienezza dell’essere, ancora incorrotto dai codici del linguaggio, non ancora sminuito dalle convenzioni e dalle false corrispondenze di lingue e lessici.
Nello stesso 1972, in opere come il trittico Senza titolo , l’artista sostituisce ai profili di immagini fotografiche una minuta calligrafia di frasi prive di ogni intelligibile significato tanto che la scrittura, orfana di contenuti, pare arrendersi alla sua stessa bellezza lineare e trasformarsi in disegno con cui Ketty La Rocca va recuperando un nuovo possesso delle immagini, anche quelle della storia dell’arte, del tutto opposto al loro consumo mediatico. In un periodo in cui l’arte concettuale si nutriva di esangui giochi tautologici tra fotografia e testi, La Rocca rigenera la forza visiva della parola e dell’ immagine attraverso un’insolita carica esistenziale che esplode nella ripetizione ossessiva della parola You sulla superficie fotografica: è il tu dell’osservatore che risponde all’io dell’artista perché le due metà del simbolo si ricongiungano, perché immagini e parole tornino a significare.