L’11 settembre 2026 a Vercelli ha avuto luogo una grande festa in occasione dei 160 anni del Canale Cavour, del 120° compleanno delle mondine vercellesi e degli 80 del riso dell’Arborio, evento a cui ha partecipato la Presidente dei ministri Giorgia Meloni che, nell’occasione, ha inaugurato la seconda edizione Risò insieme al ministro Francesco Lollobrigida.

Purtroppo l’apertura della manifestazione è stata posticipata con un momento silenzio , per la brutta notizia della scomparsa della Senatrice Emma Bonino e dell’ex ministro Raffaele Costa.
Roberto Scheda , Il Sindaco di Vercelli, dopo aver fatto gli onori di casa ave detto: «La cucina italiana parla al mondo e l’ambizione di Risò è di portare il mondo a Vercelli». Inoltre: «Le mondine trasformarono la loro fatica in dignità. E le donne non hanno assistito alla storia d’Italia, ma l’hanno scritta. E oggi la terra dove le mondine hanno guadagnato le otto ore lavorative accoglie la prima donna premier».
Davide Gilardino, Presidente della Provincia disse: «L’edizione di Risò coincide con tre anniversari: i 160 anni del Canale Cavour, i 120 anni della conquista delle otto ore di lavoro da parte delle mondine e gli 80 anni dell’Arborio, una delle sette qualità di riso».
Alberto Cirio ,Presidente della Regione Piemonte, ha detto: «Viviamo un periodo di concorrenza sleale, da un accordo commerciale di scambio. A dazio zero arrivano in Europa tonnellate di riso dal Sud Est asiatico e chiediamo di sospendere questo tipo di accordo. Il riso del Sud Est asiatico è prodotto con fitofarmaci e questa è una follia». Inoltre :“Il nostro riso – ha spiegato Cirio – è di qualità eccellente, tutela l’ambiente ed è prodotto nel rispetto della dignità e dei diritti dei lavoratori. Chiediamo all’Europa di difendere il riso italiano ed europeo, come ci chiedono anche i rappresentati del mondo agricolo, dalla concorrenza sleale in arrivo da altri paesi, in particolare dal Sud-est asiatico che non solo rischia di impoverire gli agricoltori europei, ma addirittura di farli fallire. Il riso è un prodotto europeo; in Italia si fa il 50% del riso europeo e la maggior parte viene prodotto in Piemonte“.
“C’è un tema di concorrenza sleale – ha spiegato ancora – perché da molti Paesi il riso arriva in Europa a “dazio zero” e quindi con costi più bassi che possono indurre il consumatore a sceglierlo. C’è poi un tema di salubrità e sostenibilità del riso perché nel Sud-Est asiatico vengono utilizzati fertilizzanti, additivi, prodotti chimici che in Europa sono vietati da decenni. Esiste anche un tema etico perché in quell’area dignità e diritti dei lavoratori non sono garantiti e ci sono casi diffusi di lavoro minorile soprattutto in agricoltura e per questo riteniamo che portare quel riso nel mercato europeo e italiano faccia un danno enorme alla nostra agricoltura e alla nostra economia e anche a quel concetto di cibo buono, pulito e giusto che proprio dal Piemonte si è diffuso in tutto il mondo”.
Giorgia Meloni, Presidente dei Ministri, nel suo intervento ha detto: «Siamo qui oggi, in questa meravigliosa città, sul sagrato di questa sontuosa Abbazia, e sono davvero contenta di essere qui per rendere omaggio a molte cose insieme. Innanzitutto, per celebrare il riso: un’eccellenza assoluta del settore agroalimentare, uno dei prodotti italiani più apprezzati nel mondo. Parliamo di un comparto che genera un export di oltre 800 milioni di euro e che ha il suo cuore pulsante soprattutto in Piemonte, dove si trova anche l’unica denominazione di origine protetta del riso in Europa.
Il riso è identità, è lavoro, è natura, è cultura, è storia. Qui la coltivazione del riso ha plasmato il territorio, ha creato paesaggi straordinari e ha portato l’acqua dove prima non c’era, trasformando intere aree attraverso la straordinaria realtà delle risaie. E la risicoltura porta con sé un altro prodigio: il Canale Cavour, il frutto più lungimirante di quella grande rivoluzione dell’acqua che ha trasformato questo territorio.
Sono insegnamenti importanti anche per la politica di oggi. Ci ricordano ciò che siamo stati capaci di fare e, soprattutto, ciò che forse dovremmo tornare a fare: costruire infrastrutture straordinarie con maggiore velocità, avere una visione di lungo periodo e prestare all’acqua e alla gestione delle risorse naturali l’attenzione che meritano. Dobbiamo imparare da ciò che le generazioni che ci hanno preceduto hanno saputo fare meglio di noi.
Ma il riso è anche lavoro, sacrificio e conquista. Oggi consideriamo le otto ore di lavoro un diritto acquisito. Ma, all’epoca, conquistarle significò affrontare una vera rivoluzione, combattuta e ottenuta anche grazie alle donne.
Sappiamo che proprio sulle spalle delle donne ricadeva gran parte del peso del lavoro nelle risaie e della pulitura del riso. Abbiamo spesso un’immagine romantica delle mondine, ma la realtà era molto più dura, fatta di fatica, sacrificio e condizioni di lavoro difficilissime. Oggi la risicoltura è profondamente cambiata, anche grazie alla meccanizzazione. Ma questo non cancella il nostro enorme debito di riconoscenza nei confronti di quelle donne tenaci e agguerrite.
Con le loro battaglie sono stati conquistati diritti che oggi rappresentano pilastri del nostro Stato sociale e della nostra nazione. E ne approfitto per salutare Emma Bonino: credo che anche lei potrebbe essere d’accordo con me su questo.
Sono d’accordo con il sindaco quando dice che il riso ha ancora moltissimo da raccontare e da dire. La sua storia è secolare. Ma noi non possiamo limitarci a guardare alla storia che abbiamo alle spalle: dobbiamo essere capaci di accompagnare questa storia verso il futuro. È anche questa la ragione per cui abbiamo creduto fin dall’inizio in questa manifestazione, che è entrata nel calendario nazionale.
Organizzare eventi come questo non significa soltanto riconoscere e celebrare il lavoro straordinario che c’è dietro una filiera. Significa anche fare in modo che l’eccellenza italiana del riso sia conosciuta, valorizzata e difesa, e che ci sia un confronto serio sui problemi che questo settore deve affrontare. Il riso italiano compete sulla qualità. E noi siamo consapevoli e convinti che questo patrimonio debba essere promosso, tutelato e difeso dalla concorrenza sleale di Paesi che non rispettano gli stessi standard che imponiamo ai nostri produttori.
E qui veniamo a un tema fondamentale: quello degli accordi di libero scambio, sollevato anche dal presidente Cirio, in particolare rispetto agli accordi con i Paesi del Sud-Est asiatico. Se in Italia vietiamo determinati fitofarmaci perché li riteniamo pericolosi e poi accettiamo che nei nostri mercati entrino prodotti realizzati utilizzando quelle stesse sostanze, stiamo creando una concorrenza che non è leale. La regola dovrebbe essere di semplice buon senso: non si possono sottoscrivere accordi di libero scambio con nazioni che non rispettano i nostri stessi standard. A quel punto le possibilità sono due: o abbassi i tuoi standard, oppure li difendi. Noi abbiamo scelto di difenderli. Perché noi non competiamo sulla quantità. Competiamo sulla qualità. E abbiamo il dovere di difendere quella qualità. Non mi sembra un ragionamento particolarmente complesso.
Esattamente come, da sempre, continuiamo a chiedere in Europa risorse adeguate per l’agricoltura. Anche grazie a una battaglia italiana siamo riusciti a ripristinare risorse importanti per la Politica Agricola Comune. Non sarebbe intelligente considerare l’agricoltura un’alternativa alla competitività o alla nostra autonomia strategica. Perché quando parliamo di agricoltura parliamo anche della nostra sicurezza e della nostra sovranità: siamo esposti ogni giorno rispetto a ciò che mangiamo. E dobbiamo continuare a combattere anche contro quei prodotti che vengono venduti come italiani senza esserlo. Questo non è soltanto un problema economico: è un furto ai danni dei nostri produttori e dei consumatori. Perché, alla fine, per noi italiani la qualità fa la differenza.
Ed è per questo che abbiamo rimesso l’agricoltura al centro delle politiche nazionali. Vogliamo, dobbiamo e possiamo fare di più. E dobbiamo farlo insieme a tutta la filiera. Perché dietro ogni singolo chicco di riso italiano c’è il sudore di intere generazioni. C’è il lavoro di uomini e donne. C’è l’orgoglio di un’identità. C’è la storia di un territorio.
Difendere questo patrimonio significa difendere l’essenza, l’esistenza e il futuro stesso della nostra nazione, della nostra gente e dei nostri territori. E possiamo farlo soltanto in un modo: con uno Stato e un governo che facciano ciò che devono fare, creando le condizioni perché chi vuole lavorare, investire e creare ricchezza possa farlo. Perché il compito delle istituzioni non è sostituirsi a chi produce. È mettere chi produce nelle condizioni di poterlo fare al meglio”.
Dopo aver terminato il suo intervento la Premier ha visitato la fiera , come una semplice cittadina.
A Risò 2026 sono presenti 56 aziende e oltre 30 buyer proventi da 20 paesi esteri.
Le voci dei produttori :
Azienda Agricola Bertacco Danielaù

GliAironi | Strada del Riso Piemontese di Qualità

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