Il 22 gennaio 2026 a Torino è stata inaugurata all’Archivio di Stato, l’intensa mostra fotografica: “Seeing Auschwitz” commissionata nel 2020 dall’ONU e dall’ Unesco, realizzata dall’ente culturale spagnolo Musealia in collaborazione con il Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, già allestita a Madrid, Londra, Parigi, New York e Charlotte in America e a Johannesburg in Sudafrica, sarà visitabile gratuitamente in piazzetta Mollino sino al 31 marzo 2026.
Fortemente voluta e organizzata dalla Comunità Ebraica di Torino con la Fondazione di studi storici Gaetano Salvemini, l’Ambasciata di Polonia in Italia e l’Archivio di Stato, che ha dato anche la disponibilità ad accoglierla, questa mostra racconta per la prima volta, attraverso un triplice punto di vista, lo sterminio perpetuato con meccanica sistematicità dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Infatti, la selezione di circa cento scatti realizzati tra il 1941 e il 1944 e ritrovata fortunosamente dalla deportata ad Auschwitz Lilly Jacob nel 1945 quando fu liberata a Dora, è in gran parte stata riprodotta dalle SS, ma anche dagli stessi prigionieri e dagli alleati che sorvolavano l’area. Una triplice ottica che sottolinea piani emotivi molto diversi.
Paul Salmons, capo curatore dell’edizione originale e esperto dell’Olocausto, l’ha descritta come una testimonianza che invita a guardare oltre lo sguardo del carnefice: “sebbene le immagini realizzate ad 9Auschwitz siano prove inequivocabili dei crimini commessi in quel luogo, rappresentano al tempo stesso una grande sfida per lo spettatore. Queste fotografie non sono fonti neutrali, stiamo osservando un frammento di realtà dalla prospettiva nazista. È necessario fermarsi, analizzare e vedere davvero ciò che ogni immagine rivela veramente.”
La storia raccontata per immagini: scatti crudi, autentici e forti che trascinano il visitatore nel qui e ora del campo di concentramento e sterminio nazista di Auschwitz. La foto come strumento che attesta e documenta il protocollo operativo dello sterminio degli ebrei dall’ingresso al campo, alla schedatura, all’avvio alla morte, realizzate dalle SS sono parte dell’“Auschwitz Album”. Questo nucleo fotografico si contrappone alle cinque rare immagini scattate clandestinamente dai prigionieri stessi dall’interno delle baracche, a cui si affiancano un paio di dettagliati schizzi, in presa diretta, dall’interno delle camere a gas.
L’intento della mostra è quello di informare e trasmettere la memoria attraverso uno strumento tangibile e diretto, come la fotografia, raccontando ciò che accadde a circa undici milioni di persone – ebrei, sinti, rom, omosessuali, dissidenti politici e persone con disabilità – perseguitate e uccise dal regime nazista. La forza comunicativa e l’originalità di: “Seeing Auschwitz” risiedono nel racconto degli eventi attraverso un triplice punto di vista: quello dei carnefici, quello delle vittime e quello dei liberatori. Alle immagini realizzate dalle SS, tratte dal cosiddetto: “Auschwitz Album”, si contrappongono cinque rarissime fotografie scattate clandestinamente dai prigionieri dall’interno delle baracche; a rischio della loro stessa vita, alcuni di essi riuscirono a raccogliere dei frammenti di questa realtà grazie all’introduzione dell’apparecchio fotografico da parte della resistenza polacca. L’ultimo punto di vista è quello degli alleati, con delle foto di origine militare che documentano la logistica, l’area dei campi e i sistemi di trasporto che consentivano di accedervi.
Tra le foto anche quelle ritrovate da Lili “Lilly” Jacob (1926 – 1999), una delle testimoni più importanti nella ricostruzione della memoria di Auschwitz. Giovane ebrea ungherese deportata nel campo, nel 1945 si trovava ricoverata in un ex alloggiamento delle SS, trasformato in ospedale, nel campo di concentramento di Dora-Mittelbau in Germania. Fu qui che, in modo del tutto casuale, trovò un album fotografico in un armadietto accanto al proprio letto: un oggetto abbandonato dai nazisti durante la fuga all’arrivo dell’esercito americano, nel tentativo di cancellare le tracce materiali dei crimini perpetrati. Con profondo stupore, Jacob riconobbe nelle fotografie se stessa, i suoi fratelli, altri familiari e membri della sua comunità. L’album, noto come: “Auschwitz Album”, raccoglieva circa duecento immagini, alcune delle quali furono successivamente donate ai sopravvissuti che vi identificarono parenti o amici scomparsi.
È possibile allora individuare una triplice violenza che investe il visitatore. La prima è quella che scaturisce dell’immagine in sé, data dal contenuto che riaccende la nostra memoria. La seconda è la violenza esercitata dai fotografi, che ritraggono con fredda distanza gli ultimi momenti di vita dei deportati. La terza, sicuramente più sottile ma non meno incisiva, è la violenza del filtro applicato sulla realtà dallo sguardo nazista e che va a strutturare l’immagine: la prospettiva delle SS maschera e normalizza l’orrore attraverso una messa in scena burocratica della deportazione. In molti di questi scatti non sembra emergere nulla di clandestino: lo spettatore è costretto a guardare con gli occhi dell’assassino, vedendo esattamente ciò che le SS intendevano mostrare e non ciò che davvero accadeva. È in questa tensione tra ciò che l’immagine mostra e ciò che vuole occultare che si apre lo spazio di una visione maggiormente critica per lo spettatore. Proprio per questo motivo le fotografie devono essere osservate in maniera critica, come espresso dal direttore dell’Archivio: “Noi cerchiamo di richiamare l’attenzione dei visitatori sul fatto che le fonti storiche, e la fotografia è una di queste, naturalmente non sono mai neutre e oggettive, ma vanno sempre interpretate con un occhio critico, una sensibilità al contesto. Oggi tendiamo a considerare l’immagine fotografica come qualcosa di oggettivo e indiscutibile, quando invece chi se ne occupa dal punto di vista dello studio della fotografia, come fonte storica, ci mette in guardia proprio dal punto di considerare la fotografia in maniera acritica”.
Realizzate nel 1944 da membri dell’Erkennungsdienst, il servizio di identificazione delle SS, le fotografie costituiscono ancora oggi l’unica testimonianza visiva sistematica del processo di selezione dei deportati ebrei: dall’arrivo dei treni sulla rampa di Auschwitz-Birkenau, allo smistamento tra coloro che erano destinati al lavoro forzato e coloro già condannati alle camere a gas. L’album rappresenta una testimonianza iconografica centrale della violenza e dell’intransigenza del sistema nazista. Al tempo stesso, le immagini vanno però lette nel loro carattere ambiguo: nascono infatti come uno strumento di documentazione e propaganda interna, finalizzato quindi a mostrare l’efficienza operativa delle SS – dietro la quale messa in scena burocratica veniva occultata la realtà genocidaria.
Basta pensare ai treni che portavano ad Auschwitz centinaia di migliaia di persone destinate a essere uccise, ma non ripartivano dal campo vuoti: i vagoni tornavano in Germania carichi dei beni sottratti ai deportati. Oppure alle testimonianze che hanno lasciato i sopravvissuti come quella di Irene Weiss :
Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere .
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i mie sogni, che presero il volo del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannata a vivere quanto a Dio stesso.
Mai
——
Abbiamo chiesto agli altri prigionieri quando avremo visto la nostra famiglia . Una donna ha indicato un camino e ha detto: “Vedi il fumo ? Ecco la vostra famiglia”.
——
Questi avvenimenti non devono mai più accadere, perché ogni persona è importante e ha il diritto di vivere.