Il 16 novembre 2024 in occasione del centenario della Opera Diocesana Pellegrinaggi Torino , nella chiesa di San Giovanni di Torino il Cardinal Gianfranco Ravasi ha tenuto una Lectio magistralis, alla presenza di numerose persone.

“Beato l’uomo che ha le Tue vie nel cuore” (Salmo 84,6)
Il pellegrino e il viandante lungo le strade della fede.
Il pellegrinaggio/viaggio è un archetipo universale.
Con un aforisma a triade potremmo dire che c’è chi cammina coi piedi (i mercanti), chi cammina con gli occhi (coloro che contemplano gli spazi, cioè i turisti) e chi cammina con il cuore (i pellegrini). Naturalmente un’Opera Pellegrinaggi ha anche le prime due dimensioni, ma è la terza a prevalere.
Il viaggio umano ha inizio col parto, momento in cui scatta la clessidra del Tempo ed inizia il movimento nello Spazio.
La strada/la via è una componente del vivere umano.
La via è la vita.

Tutte le religioni esprimono la fede anche attraverso i pellegrinaggi come quello alla Mecca, che va fatto almeno una volta nella vita, e rappresenta una delle cinque colonne della fede islamica, mentre per l’induismo ricordiamo il viaggio che viene intrapreso dai fedeli verso il Grande Fiume, il Gange.
Il viaggio, sia quello laico che quello religioso, ha alla base l’istanza fondamentale della persona che cerca sempre un Oltre e un Altro, vale a dire il desiderio di qualcosa di diverso da ciò che è l’esperienza della ripetitiva quotidianità. Questo concetto lo ha espresso bene lo scrittore ateo Bertolt Brecht con queste parole: “Sono seduto ai bordi della strada. L’autista sta cambiando la ruota dell’auto. Perché attendo con impazienza il cambio della ruota? In effetti non so da dove vengo e dove vado, eppure sono ansioso che qualcosa accada”.
Nella Bibbia troviamo quattro tipi diversi di pellegrinaggio.
1 – Il primo è quello di Adamo ed Eva cacciati dall’Eden e poi dei loro figli sparsi nel mondo. L’umanità è di sua natura necessariamente in movimento, non soltanto fisico ma anche spirituale. L’inquietudine agostiniana è alla base di un’autentica spiritualità (una spiritualità che non crea inquietudine è vana, vale anche per le omelie…).
Oggi invece, per esempio, constatiamo il grande rischio della Tecnica che ha grandi mezzi ma pochi o nulli sono i suoi fini.
Il concetto dell’esistenza umana che ha questo forte desiderio di movimento lo troviamo nel Salmo 39: “Il Signore mi ha tratto fuori da una fossa di perdizione, dal pantano fangoso. Ha fatto posare i miei piedi sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi…”.
È interessante notare che nella Bibbia Peccato e Conversione sono espressi da due verbi di movimento, rispettivamente Deviare da e Ritornare a.
Ancor più emblematico che nella parabola evangelica del Figliol prodigo (o del Padre Misericordioso) venga rappresentata un’unica strada che è sia quella della fuga che quella del ritorno!
2 – Il secondo modello di pellegrinaggio è quello dei Figli di Israele. Per descriverlo utilizziamo tre icone con relativi tre personaggi:
Abramo, al quale viene imposto di lasciare la terra di Ur sottintendendo la totalità della rinuncia (alla terra, alla Patria e agli affetti familiari). Così è ogni vera vocazione.
Mosè, il protagonista dell’Esodo, inteso come ricerca della libertà, liberazione e intimità.
Sion, col suo simbolo per antonomasia che è il Tempio.
All’interno del Libro dei Salmi ce ne sono quindici tipici del pellegrinaggio e vanno dal 120 al 134. Il Salmo 122 è il più famoso e significativo: “Quale gioia quando mi dissero: Andiamo alla Casa del Signore! Ed ora i nostri piedi sono fermi alle tue porte, Gerusalemme! Gerusalemme è costruita come città unita e compatta. È là che salgono le tribù, le tribù del Signore, secondo la legge di Israele, per lodare il nome del Signore. Là sono posti i troni del giudizio, i troni della casa di Davide. Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano. Sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: Su te sia pace! Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene.”
Anche da questo salmo si evince che il pellegrinaggio è lode verticale verso Dio ma ha anche una dimensione orizzontale con la richiesta di pace e di salute.
San Giovanni Paolo II con un aforisma aveva ben sintetizzato questo concetto dicendo che si va in pellegrinaggio non solo per chiedere grazie, ma per chiedere LA Grazia.
Si può pensare a due mani: quella dell’uomo che la alza invocando aiuto e quella di Dio che dall’alto la stende verso quella dell’uomo così da incrociarsi, afferrarsi e stringersi reciprocamente. (la Χάρις – Grazia di Dio che viene incontro alla Πίστις – fiducia dell’Uomo).
3 – Il terzo pellegrinaggio è quello del Figlio di Dio, Gesù, che è sempre in movimento. Nel Vangelo di Giovanni ad un certo punto dice: “Ho lasciato il Padre per venire nel mondo ed ora lascio il mondo per tornare al Padre”.
L’Ascensione, dunque, non è altro che il ritorno all’eternità dopo aver assaporato l’umanità esperienza inaugurata da Gesù e che ora appartiene a noi tutti.
4 – il quarto è quello dei Figli di Dio. Gesù ha detto: “Io sono la via la verità e la vita.”
Negli Atti degli Apostoli i cristiani sono detti “i seguaci della via”, proprio perché seguono la Via, che è Gesù.
Questo cammino come dev’essere vissuto?
Nel mondo greco/classico l’uomo vive “senza speranza e senza paura” (Seneca). È anche la dimensione spirituale del Qoelet/Ecclesiaste, una dimensione circolare, in cui tutto passa e tutto ritorna, ogni evento ha un suo tempo ben delimitato prima di sparire e poi ritornare, Nihil sub sole novum, nulla è nuovo sotto il sole, ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà.
Nella Bibbia invece la Storia umana ha una direzione. Anche nel momento più buio Dio è presente, noi andiamo in cerca della città futura perché non abbiamo qui in terra una dimora stabile (San Paolo, Lettera agli Ebrei).
Il regista Andrej Tarkovskij nel suo film Andrej Rublev interpreta il faticoso cammino umano rappresentando una prodigiosa Passione che si svolge nella neve con Gesù sanguinante che trascina la croce e il popolo che lo segue nella scia da lui tracciata: questo per manifestare non solo lutti, massacri, fatiche, miserie, ma la fede nella resurrezione finale.
A questo proposito dobbiamo ricordare che il Libro dell’Apocalisse è sì un elenco di eventi disastrosi. però negli ultimi due capitoli la protagonista assoluta è la Speranza!
Modello di speranza è Abramo che credette contro ogni speranza. San Paolo ci ricorda che chi si vanta nella tribolazione sa che la tribolazione produce la pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza, dunque siamo tutti come Abramo, in esilio. Ma in cammino verso la definitiva dimora. E per contemplare la speranza bisogna transitare da ciò che è visibile a ciò che è invisibile, perché le realtà visibili sono transitorie, mentre quelle invisibili sono eterne. Sperare dunque non è viaggiare senza meta ma correre verso il traguardo, andare in contro al Signore che viene (Maranathà!).
Vivendo e camminando così ci accorgeremo che Dio attuerà la Consolazione Divina cancellando le lacrime dai nostri occhi. Allo stesso modo anche noi dovremmo Con-solare chi è de-solato, vale a dire stare CON chi è solo, DE-solato, cioè abbandonato, lasciato solo.
E non dimentichiamo che l’Apocalisse si conclude col termine già prima evocato: Maranathà!
Questa parola può essere scritta in due modi:
Marana – thà che significa Signore, vieni/ Vieni Signore Gesù, oppure
Maran – athà che significa Il Signore è venuto.
Sta a noi il compito di ri-conoscerlo.
La conclusione della Lectio viene affidata a tre voci diverse che parlano dell’esperienza della via/cammino con differenti tipi di spiritualità:
Prima voce: il mondo Giudaico, tramite il testo di una canzone degli ebrei mistici della corrente Chassidica, quelli che parlavano yiddish nell’Europa orientale e sono stati praticamente sterminati dai nazisti:
“Dovunque io vada Tu
Dovunque io sosti Tu
Solo Tu, ancora Tu, sempre Tu.
Cielo Tu
Terra Tu
Sopra Tu
Sotto Tu
Dovunque mi giri Tu
Solo Tu, ancora Tu, sempre Tu!”.
Seconda voce: il mondo Ortodosso, tramite l’incipit del testo ascetico Racconti di un pellegrino russo: “Per grazie di Dio sono uomo e cristiano, per opere gran peccatore, per vocazione pellegrino senza dimora, del ceto più umile, che va forestiero di luogo in luogo. I miei averi sono una bisaccia di pane sulle spalle e in seno la sacra Bibbia, ecco tutto”.
Terza voce: il mondo del non credente al quale Padre David Maria Turoldo nella raccolta dei Canti ultimi dedica un’apposita delicata e straordinaria poesia:
“Fratello ateo, nobilmente pensoso,
alla ricerca di un Dio che non so darti,
attraversiamo insieme il deserto.
Di deserto in deserto andiamo oltre la foresta delle fedi,
liberi e nudi
verso il nudo essere.
E là dove la parola muore
Abbia fine il nostro cammino”.
Galleria di foto:
