di Adriana Cesarò
L’incontro si è svolto presso la sede venariese dell’ANPI, venerdì 3 settembre 2021, nell’ambito di una rassegna di scrittori, organizzata dall’Associazione Divieto di Noia. Sul palco, allestito nel giardino antistante, la presidente Marilena Cuna ha presentato l’evento e gli ospiti, Gioachino Marsala e Mario Gagliardi che hanno coronato la presentazione dell’autrice Giusy Panassidi.
L’emozione della scrittrice nel descrivere la sua opera, ha appassionato il pubblico presente.
Il libro “I carusi della solfara. Vergogna e schiavitù”, è la storia di bambini schiavi delle miniere di zolfo e dei “picconieri”, persone senza scrupoli che assumevano i carusi, versando alle famiglie povere ed analfabete, una quota di denaro definita “soccorso morto. Il fine del contratto, tra il caruso e il picconiere, era quello di restituire, riscattare l’intera somma ricevuta, ciò che non avveniva mai, perché, quando finivano le risorse della miniera, i picconieri trasferivano i carusi in altri siti, così perdevano anche il contatto con le famiglie.
Un libro che è la testimonianza di quanto accadeva in Sicilia, tra l’indifferenza delle autorità del tempo, vissuta nell’arco temporale tra la fine del ‘800 e metà del ‘900. “I carusi della solfara. Vergogna e schiavitù”, si trova anche nell’edizione scolastica.
“La divulgazione del libro mi porta ad incontrare le scolaresche, che non conoscendo la storia dei carusi, si appassionano e mi ascoltano con molta attenzione” ha detto l’autrice Giusy Panassidi.
La griglia di foto d’epoca, esposte all’ANPI dall’associazione Divieto di Noia, ha testimoniato la tragedia umana delle solfatare, definite “l’olocausto degli indifesi”.
Una rassegna fotografica che ha ripercorso la vita e il duro lavoro dei “carusi” oppure ragazzi rasati, che nelle miniere di zolfo siciliane, hanno perso la vita tra stenti e malnutrizione, per arricchire una società senza scrupoli, con l’oro di Sicilia. La miniera era la maggiore risorsa della Sicilia.
“Un inferno di gallerie di piccole dimensioni, dove proprio i carusi potevano percorrerle con un carico di zolfo dai 20 ai 40 chili, un peso enorme da sopportare con temperature di almeno 50 gradi, al punto che si svestivano e mettevano i propri stracci sulla testa per attutire il peso caricato”. Così ha esposto Gioachino Marsala, che fa parte del gruppo “I Nuovi Cantastorie”, e oltre al racconto ha fatto ascoltare la voce, la testimonianza in dialetto di un caruso: “Sono sceso in miniera che avevo appena 8 anni, perché ero stato bocciato a scuola e mio padre mi portò in miniera a lavorare”.
Un intermezzo del cantastorie Mario Gagliardi che ha esposto una piccola parte della poesia di Ignazio Buttitta che recita: “Madri, che mandate i figli alla zolfara. Io vi chiedo perché ai vostri figli fate gli occhi e non possono vedere il giorno?”.
In effetti i carusi trascorrevano tutta la giornata in miniera, dalle prime ore del mattino alla sera tarda, senza vedere la luce del sole.
L’autrice ha raccontato: “Importante è la divulgazione, la conoscenza della storia delle solfatare siciliane e dei carusi. La memoria degli eventi importanti che hanno attraversato una generazione, tra sofferenza ed indifferenza, deve restare viva ed essere ricordata. Sono nata ad Enna e ho vissuto li fino ai miei diciotto anni, nessuno mi aveva raccontato la tragedia delle solfatare, ma sono venuta a conoscenza dei fatti, per caso, dal figlio di un caruso. La storia di Filippo, il vecchio che racconta a Lorenzo, il bambino che accoglie. Io mi sento un pò come Lorenzo, ed ho provato un senso di ingiustizia, perché a scuola ci raccontano altre forme di schiavismo, ma non quello che ci appartiene. Ogni anno nel giorno 20 novembre, dedicato ai “Diritti dell’infanzia”, il mio impegno è di andare presso le scuole, a raccontare la storia che si cela nel libro, i ragazzi si stupiscono quando scoprono la vera storia di Filippo e dei carusi, mi chiedono se è veramente accaduta e vogliono approfondire. I miei libri devono avere sempre una morale. Tutti i miei libri hanno il titolo e il sottotitolo, che per me è sempre più importante, perché racconta ed esprime la storia vera, quella che riporta alle verità nascoste, la violenza che i ragazzi “carusi” hanno subito”, ha concluso la scrittrice Giusy Panassidi.
La storia del protagonista Filippo è colma di sofferenza e di tragedie che travolgono la sua famiglia e i fratelli, morti a causa della miniera.
L’autrice Giusy Panassidi, siciliana di nascita e torinese di adozione, si definisce una “contastorie”, perché la sua passione nello scrivere è nata attraverso i racconti del nonno, che l’hanno conquistata ed appassionata per essere oggi una affermata scrittrice.
Presente all’evento Serafino Gianni Sanfilippo, coordinatore de ‘La casa Sicilia’, centro che si propone la valorizzazione e la divulgazione del patrimonio culturale Siciliano. Presidente Bordonaro Calogero e vice presidente Giusy Panassidi.