Di Stefano Tonetto
Sala dei Cartoni Cinquecenteschi
L’ Accademia delle Belle Arti di Torino, fondata da Maria Giovanni Battista di Savoia nel 1678, ottenne in dono l’attuale edificio da Carlo Alberto di Savoia nel 1833. Da allora denominata “Albertina”, l’istituzione si arricchì di una Regia galleria inizialmente formata dall’incontro di due collezioni: la quadreria dell’arcivescovo Vincenzo  Maria Mosso di Morano, già consegnato per lascito testamentario  nel 1828 e ricca di più di duecento dipinti, e la  collezione dei cinquantanove cartoni cinquecenteschi , precedentemente conservati nei Regi Archivi e donati dallo stesso re Carl Alberto nel 1822.
Il “cartone” è un disegno su carta con una connotazione ben precisa: è definito in questo modo per la sua grande dimensione, data dell’accostamento di più fogli di carta incollati insieme sui quali il disegno prende forma sopra una superficie così estesa non è quindi un semplice bozzetto. Sul cartone è tracciato uno studio preparatorio molto vicino alla realizzazione dell’opera. Come scrive Giovanni Battista Armenini nel suoi Precetti sulla pittura 1587, “si può dire che quello sia l’istessa opera, fuorchè le tinte”, perché in genere il cartone ha la stessa misura che avrà il dipinto sul suo definitivo supporto, che sarà costituito da una tavola in legno, da una tela  e da una parate nel caso di un affresco.
Il disegno era tracciato sulla carta con differenti strumenti e materiali alla matita e al carboncino  spesso si aggiungevano gesso, acquerello o biacca, distribuita col pennello per evidenziare, con suo colore bianco, le parti del disegno alle quali dare luminosità . Per trasferire il disegno dal cartone al suo supporto definitivo  uno dei metodi più comuni  nel cinquecento era lo spolvero, che, per quanto riguarda gli affreschi, segnò il graduale abbandono della sinopia, ovvero del primo disegno che il pittore tracciava sulla parete prima della stesura dei colori. Per arrivare allo spolvero, dopo aver disegnato sul cartone, l’artista ne trasforma i contorni con un ago dai cui fori passa della polvere di carbone, in grado di segnare i contorni delle figure sulla parete o sulla tavola da dipingere. Il già citato Giovanni  Battista Armenini consigliava di forare il cartone insieme a un foglio non disegnato, che sarebbe poi servito per lo spolvero con la polvere di carbone, mantenendo pulito il primo cartone salvaguardando il disegno. Un altro procedimento che permetteva di tutelarlo era il ricalco a coltello, ovvero l’artista addossava il cartone sulla parate e lo calcava con un ferro appuntito lasciando così sull’intonaco sottostante l’impronta della figura che avrebbe affrescato. Diversa era l’operazione per i dipinti  su tavola o tela: qui il rovescio del cartone era ricoperto di uno strato di polvere di carbone permettendo alla pressione del coltello che calcava i contorni di lasciare il segno sul supporto.
Questi accorgimenti testimoniano la volontà di conservare i carboni preparatori, spesso custodendoli nella bottega insieme a cartoni tratti da opere finite, vale a dire con disegni realizzati in un secondo momento per mantenere la memoria di un lavoro fatto. Trasmessi  dal maestro ai suoi allievi, questi cartoni venivano considerati non solo un repertorio al quale attingere anche dopo anni, ma pure uno strumento interno di lavoro, utile agli artisti,  ma per lo più trascurato dai collezionisti del tempo. La realtà dei cartoni giunti fino ai nostri tempi dipende, quindi, oltre che da una naturale deperimento della carta, da questa sostanziale disinteresse del primo collezionismo. I cinquantanove cartoni cinquecenteschi della Pinacoteca Albertina sono, quindi, di straordinario interesse, perché ci permettono di entrare nella botteghe del Cinquecento scoprendo come avveniva la formazione artistica poco prima della nascita della Accademia di Belle Arti.
I cartoni dell’Albertina, prodotti dal 1515 al 1610, rivelano nella maggioranza dei casi una chiara provenienza geografica e artistica, quella delle botteghe attive a Vercelli e in Valsesia nel corso del XVI secolo e sono opera prevalentemente di Gaudenzio Ferrari, Bernardino Lanino, Gerolamo Giovenone e Giuseppe Giovennone il giovane, come testimonia l’ubicazione delle loro botteghe che si trovavano l’una accanto all’altra permettendo, quindi, scambi continui come evidenzia l’analisi dei cartoni. Un primo dato è la fedeltà alla maniera proposta da Gaudenzio Ferrari nel primo quadro del Cinquecento che è stata riproposta con insperata continuità fino alla fine del secolo. Nelle opere gaudenziane spiccano anche influenze leonardesche che giungono dalla Lombardia, e alla fine del Cinquecento, gli apporti di maestri cremonesi.
Terminiamo il nostro racconto con una curiosità che collega la storia dei cartoni alla nostra contemporaneità: fu la rivista inglese Puncha usare per la prima volta, nel 1843, il termine cartoon in riferimento ai sui disegni sartirici, pubblicando la caricatura di cartoni proposti per un ciclo affreschi da realizzare nel Parlamento a Londra. Quel cartoon n°1 diede inizio a un uso del termine che, partendo dai cartoni preparatori degli artisti approda ai moderni cartoni animati, anch’essi testimonianza del fascio che, anche nel mondo contemporaneo, il disegno continua a esercitare.