IL VOLTO DI GESÙ DAL VANGELO ALLA SINDONE
1.Vorrei iniziare la nostra considerazione sul volto di Gesù da un passo un po’ trascurato del vangelo di Luca (9,51): Gesù, all’inizio del suo viaggio dalla Galilea a Gerusalemme, «sistemò il suo volto per andare a Gerusalemme», andare a Gerusalemme», che dice l’atteggiamento di decisione che Gesù ha preso, nella
consapevolezza del destino ha preso, che lo attendeva, senza indulgere al sentimento di sofferenza e avversione. Il volto di Gesù è presentato come la sede e la spia dei suoi sentimenti e del suo travaglio interiore ;mentre sta per iniziare il suo martirio.
Se guardiamo all’estremo opposto di questo cammino, vediamo lo stesso volto nella immobilità della morte: il volto sindonico è quel volto, che porta i segni di una ininterrotta scelta di vita, conclusa in un modo tanto misterioso – o forse non ancora conclusa…
Raccogliamo ancora dai vangeli i richiami che vengono fatti a quel volto, tutti molto significativi. Il primo è quello della trasfigurazione, primo è quello della trasfigurazione, quando – ancora secondo il racconto di Luca (9,29): «Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante»
doveva essere tanto bello il volto di Gesù durante la preghiera se i discepoli al vederlo
ne furono tanto entusiasti da chiedergli di insegnare anche a loro a pregare e così ottennero l’insegnamento del “Padre Nostro”(Lc 11,1-4). Sul monte della trasfigurazione la preghiera è coronata dalla manifestazione dell’unione unica di Gesù con il Padre, anticipo della gloria della risurrezione. E il volto è lo specchio di questa realtà dolcissima.
Altre due volte le troviamo all’inizio del racconto della passione, nell’orto degli ulivi e durante l’interrogatorio presso le autorità giudaiche. Durante l’agonia nel Getsemani, secondo il racconto di Mt 26,39, Gesù, «avanzatosi un po’, si prostrò con la faccia a terra e pregava». Il volto a terra è segno della sottomissione totale al Padre ma anche della prostrazione causata dalla sofferenza morale di questo
momento indicibile. E intanto, unica attività dell’agonizzante, dal volto sgorga la preghiera.
Ancora Matteo ci riferisce (26,67) che nel sinedrio Gesù, che ha risposto alla domanda se egli sia il Cristo e ha sentito la sentenza (“È reo di morte!”) è fatto
oggetto di scherni e torture: «Allora gli sputarono in faccia e lo schiaffeggiarono: altri lo bastonavano». È il volto la parte più nobile dell’uomo, la prima che viene colpita dall’offesa.
E ancora, all’estremo opposto, la Sindone. Lo splendore non è ancora presente, a realizzare le promesse della trasfigurazione, ma sono evidenti i le promesse della trasfigurazione, ma sono evidenti i segni delle torture al volto, nelle ecchimosi,
gonfiature, fratture nasale e forse al labbro. Ma è presente anche la pace sovrana del giusto, che ha superato la tragedia e lascia intravedere un futuro sovrano.
2.Se facciamo un passo indietro, nell’Antico Testamento, troviamo un salmo (Sl 27) in cui risuonano tre parole che hanno riferimento al volto di Dio: «Cercate il suo volto», «Il tuo volto, Signore, io cerco», «Non nascondermi il tuo volto». Sono tre
parole che si rincorrono, per esprimere un comando di Dio, un proposito dell’uomo e una preghiera incessante di colui che anela all’intimità con il suo Signore. Il volto
è la porta che introduce nell’intimità propria della persona.
«Cercare il volto» del Signore è, nello sviluppo del pensiero del salmo, entrare in rapporto col Signore, porsi sotto la sua protezione, ma anche essere fedeli al suo
servizio, dargli la preferenza del nostro interesse. La «faccia» di Dio è la sua presenza, dolce e autorevole nella sua maestà, che infonde fiducia e concede salvezza. Questa presenza, suggeriscono le frasi precedenti del salmo, si trova nel
tempio, dove Dio dimora.
La frase ha assunto però, ben presto, un significato molto più vasto e suggestivo. Il volto di Dio è da sempre la cosa che l’uomo maggiormente desidera di vedere,
proprio mentre sente che si tratta di un desiderio che egli non ha la capacità di realizzare. Dio stesso lo ammonisce a non farsi illusioni su questa possibilità.
Un passo famoso dell’Esodo descrive l’esperienza di Mosè durante i suoi colloqui con Dio. Il Signore gli dice: «Quando passerà la mia Gloria, io ti porrò nella cavità della;
rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere» (33,22-23). L’evangelista Giovanni riassumerà tutto nella frase conclusiva del prologo del suo vangelo: «Dio nessuno l’ha mai visto» (1,18), che fa anche pensare che nessuno può illudersi di riuscire mai a vederlo. Eccetto che… Ma il passo successivo sarà compiuto da un altro Mosè.
Occorre cercare. Sul cercare sono state dette tante cose, e anche sul cercare Dio. In un filone della tradizione ebraica recente, fiorito in ambiente chassidico, si narra
l’episodio di alcuni ragazzi che giocavano a nascondino nel cortile di un loro compagno.
Ma i ragazzi cambiano facilmente il loro centro di interesse e improvvisamente quel gruppo smise il gioco e se ne andò, senza portare a a termine la ricerca. Mancava
il ragazzo di quel cortile, rimasto nel suo nascondiglio. Dopo lunga attesa egli uscì e si accorse di essere solo. Si recò allora piangendo dal nonno: «Mi ero nascosto, ma non mi hanno cercato». Allora fu il nonno a sospirare: «Anche Dio piange per questo: “Io mi nascondo, ma gli uomini non mi cercano”».
Il correlativo di “cercare” è “trovare”. Troverà, il servo di Dio, il volto del suo Signore? Martin Buber diceva: «Dio vuole essere cercato; e come potrebbe non volere essere trovato?». Ma il modo come egli si fa trovare fa parte del suo mistero e si lascia;definire assai difficilmente. Il mistero ha bisogno di essere svelato, rivelato. Ma sembra che il gusto di Dio non disdegni, dopo di essersi parzialmente ‘dis-velato’, di tornare a velarsi, ‘ri-velarsi’.
Cercare è fatica, richiede che si affrontino sacrifici, che ci si concentri su una cosa importante, mettendola al di sopra delle altre, che si rinunci ai nostri tempi.
Chi cerca si pone nella migliore condizione per trovare, come dice il proverbio del«chi cerca trova». Ma per la ricerca di Dio è sempre vero? Eppure egli chiede
all’uomo di cercare, continuare a cercare. Nel corso del racconto dell’Esodo che
leggevamo poco sopra, si dice che «il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un amico» (33,11). Dunque la volontà di tenere nascosto il suo volto non è assoluta. Con gli amici ci sono momenti di eccezione, e si ha l’impressione che Dio giochi un po’ a nascondino: chi sa, forse alla fine Dio non resisterà all’uomo che lo cerca veramente.
Certo, per l’uomo il volto di Dio è motivo non solo di grande desiderio ma anche di timore.
Cercare il suo volto è impegnativo, perché esige disponibilità totale al suo servizio, ed è anche pericoloso, perché espone l’uomo peccatore ai rimproveri del Dio fedele,
giusto, perfetto. Eppure il suo cuore porta in sé un desiderio inestinguibile di familiarità e intimità reciproca con il suo Signore.
Egli sente che nessuna amicizia è paragonabile con quella e sente anche, in qualche modo, che il suo desiderio non è senza speranza di esaurimento. Perciò la sua
preghiera si fa incalzante e insistente.
3. Chi ci mostra oggi il volto di Dio? Il volto di Gesù è il volto umano di Dio, che permette all’uomo di sentirsi meno solo.
Nella lettera ai Colossesi si legge una specie di definizione di Gesù, «immagine del Dio invisibile» (1,15), e in quella agli Ebrei il Figlio viene chiamato «irradiazione
della sua gloria e impronta della sua sostanza» (1,3). Si tratta tutte le volte di simboli, che tentano di avvicinarsi a una realtà indicibile: tra Gesù e il Padre c’è un rapporto strettissimo, che produce per chi si accosta a Gesù una presa invisibile del Padre. Adamo era fra tutte le creature quella che somigliava di più a Dio (come dice il racconto di Gen 1,27); in modo più profondo ancora che per Adamo questo è vero di Cristo. Chi guarda il Figlio vi trova la realtà dello splendore glorioso del Padre e i lineamenti impressi per effetto dell’unione che corre tra il Padre e il Figlio.
È quanto ci permette di dire che chi guarda il volto di Gesù vede il volto di Dio. Per
questo Gesù afferma, in risposta a Filippo che gli chiedeva di mostrargli il Padre:
«Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14,9).
Folle numerose hanno visto il volto di Gesù. Molti ne furono colpiti, qualcuno ne ebbe segnata la vita. Da lungo tempo però la storia non contempla più quei tratti
ed è rimasta la nostalgia per quell’incontro. È vero che Gesù ha chiesto alla Maddalena di rinunciare al contatto sensibile con la sua umanità («Noli me tangere») e a Tommaso ha detto: «Beati coloro che credono pur senza vedere
(Gv 20,29), ma l’anelito interiore dell’uomo mantiene vivissimo quel desiderio. Anche se, nel corso della storia, questo anelito può essere stato diversamente
vissuto, talora non in modo giusto, e se al suo riguardo possono essere sorte molte
discussioni e polemiche.
Il credente che si pone davanti all’immagine sindonica porta in sé questo anelito. Sa che tra quell’immagine e il racconto evangelico delle sofferenze di Gesù c’è una
corrispondenza straordinaria e misteriosa, anche se non è in grado di dire con sicurezza come quell’immagine abbia avuto origine. Ma quale spavento nel posare
lo sguardo su quel volto, che sembra la realizzazione della profezia antica:
«Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto» (Isaia 53,2). È il volto di Dio dis-velato o il volto ri-velato ?
Eppure è un volto tanto dolce e sereno, con la sua bellezza ricomposta nei tratti della morte.
4. Gesù ha un modo speciale di svelare il volto del Padre: la Parola. Nella Bibbia si assiste quasi a una catena di trasmettitori della Parola, attraverso la quale brilla lo
splendore di Dio, a partire dal profeta dell’Antico Testamento, in particolare Mosè, fino al testimone di Cristo.
Viene in mente il privilegio di cui godeva Mosé, del quale Iddio stesso diceva: «Bocca a bocca parlo con lui, in visione e non in enigmi ed egli guarda l’immagine
del Signore» (Numeri 12,8). Nessuno, nemmeno tra i profeti, aveva avuto il dono
di quell’intimità con Dio, anche se è pur vero che lo stesso Mosè – nella sua
condizione di creatura – non può entrare pienamente nel mistero di Dio. C’è infatti un’ombra di contrasto fra il parlare bocca a bocca e il guardare l’immagine.
Il limite non è nell’intenzione di
Dio ma nella finitezza dell’uomo. Però la parola che annuncia Gesù ha più efficacia di quella antica, al punto che i nostri stessi volti (di noi che udiamo, e non soltanto
dell’apostolo che annuncia) vengono trasformati e resi splendenti dello splendore
stesso di Cristo. Lo stesso volto di colui che ha accolto la parola è diventato
radioso e capace di irradiare lo splendore del volto di Cristo. Avviene dunque a una
trasmissione di splendore: dal Padre a Cristo e da Cristo, attraverso l’annuncio
dell’apostolo, a coloro che accolgono questo annuncio. Anche il nostro volto diventa splendore della gloria che rifulge sul volto del nostro dolce Salvatore. Viviamo
certamente nell’attesa, ma l’attesa diventa feconda.
Ci può forse stupire la scansione che distingue il volto di Dio e quello di Cristo, ma fa parte essenziale dell’insegnamento del Nuovo Testamento. La lettera agli Ebrei (9,24)dice che «Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di
quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora davanti al volto di Dio in nostro favore»: perché egli è nostro mediatore efficace, al punto da giungere direttamente davanti a Dio stesso (il suo “volto”!). Del volto del Padre, pieno di benevolenza verso
il Figlio e quanti il Figlio assume nella sua intercessione, è specchio e riproduzione
quello del Figlio, che a noi concede una partecipazione di quella profonda somiglianza.
5. Fa contrasto a questa possibilità di irradiare lo splendore del volto di Dio e di Cristo la situazione di chi non ascolta, come avverte una frase presente nella
Lettera di Giacomo (1,23-24), che paragona chi soltanto ascolta la parola di Dio e non la mette in pratica a «un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio:
appena l’ha osservato, se ne va e dimentica com’era». L’immagine ha un primo
senso immediato, descrivendo un uomo sbadato che non sta attento nemmeno ai tratti del suo volto.
L’intenzione però dà un suggerimento più profondo: chi non trae le conseguenze per la vita dalla parola di Dio che ha ascoltato è uno che rifiuta di misurarsi con la sua
regola di vita e perde addirittura il senso di se stesso, condannandosi allo smarrimento totale. Si instaura quasi un dialogo tra lo specchio e il volto dell’uomo:
se questi accetta di prestarvi attenzione e misurarvi la propria vita, si garantisce
l’autenticità delle scelte, l’orientamento esatto del suo cammino. Il dialogo può essere interrotto, quando l’uomo non accetta di mettersi in discussione con lo
specchio della parola e allora egli perde gli stessi tratti della sua personalità.
Il volto è quello dell’uomo, che si misura con la parola.
Sappiamo che dietro la parola c’è il volto di Cristo: affacciandosi allo specchio, il volto dell’uomo si mette in questione con i tratti del volto di Cristo.
6. Il volto sindonico ha un suo commuovente messaggio. Torniamo a guardare la Sindone, un volto sul quale non c’è splendore: c’è serenità maestosa, ma assieme
alla traccia di una sofferenza intensa, che è riuscita a distruggere una vita.
Anche questo volto, che ha tutti i caratteri di Gesù crocifisso, era velato, come fa fede
l’evangelo di Giovanni, che ci parla del sudario che era stato sul capo di Gesù (20,7).
Anche per esso avvenne la liberazione dal velo, che fu lasciato in disparte, piegato.
Davanti a noi sta ora il volto, che ci invita a specchiarci in esso. L’immagine commenta la parola evangelica, la parola dà l’interpretazione profonda
dell’immagine. Il volto si accontenta di rimanere sullo sfondo, per lasciare risuonare la parola. Vuole solo essere eco, invito a non prendere alla leggere alla leggera la
parola, a verificare su di essa la vita.
Questo inesauribile messaggio è stato ripreso nella parola, pur essa eco di vangelo, pronunciata da Papa Giovanni Paolo II, quando venne anch’egli pellegrino alla Sindone, il 24 maggio 1998.
Egli scandì il messaggio dell’immagine sindonica in alcuni richiami fortissimi.
Nella Sindone si riflette l’immagine della sofferenza umana. Essa ricorda all’uomo moderno, spesso distratto dal benessere e dalle conquiste tecnologiche, il dramma di tanti fratelli, e lo invita ad interrogarsi sul mistero del dolore per approfondirne le cause. L’impronta del corpo martoriato del Crocifisso, testimoniando la tremenda capacità dell’uomo di procurare dolore e morte ai suoi simili, si pone come l’icona della sofferenza dell’innocente di tutti i tempi: delle suoi simili, si pone come
l’icona della sofferenza dell’innocente di tutti i tempi: delle innumerevoli tragedie che hanno segnato
la storia passata, e dei drammi che continuano a consumarsi nel mondo.
Davanti alla Sindone, come non pensare ai milioni di uomini che muoiono di fame, agli orrori perpetrati nelle tante guerre che insanguinano le Nazioni, allo sfruttamento brutale di donne e bambini, ai milioni di esseri umani che vivono di stenti e di umiliazioni ai margini delle metropoli, specialmente nei Paesi in via di sviluppo?
Come non ricordare con smarrimento e pietà quanti non possono godere degli elementari diritti civili, le vittime della tortura e del terrorismo, gli schiavi di organizzazioni criminali?
Evocando tali drammatiche situazioni, la Sindone non solo ci spinge ad uscire dal nostro egoismo, ma ci porta a scoprire il mistero del dolore che, santificato dal sacrificio di Cristo, genera salvezza per l’intera umanità.
La Sindone è anche immagine dell’amore di Dio, oltre che del peccato dell’uomo. Essa invita a riscoprire la causa ultima della morte redentrice di Gesù. Nell’incommensurabile sofferenza da essa documentata, l’amore di Colui che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3, 16) si rende quasi palpabile e manifesta le sue sorprendenti dimensioni.
Dinanzi ad essa i credenti non possono non esclamare in tutta verità: “Signore, non mi potevi amare di più!”, e rendersi subito conto che responsabile di quella sofferenza è il peccato: sono i peccati di ogni essere umano.
Parlandoci di amore e di peccato, la Sindone invita tutti noi ad imprimere nel nostro spirito il volto dell’amore di Dio, per escluderne la tremenda realtà del peccato.
contemplazione di quel Corpo martoriato aiuta l’uomo contemporaneo a liberarsi dalla superficialità e dall’egoismo con cui molto spesso tratta dell’amore e del peccato. Facendo eco alla parola di Dio ed ai secoli di consapevolezza cristiana, la Sindone sussurra: credi nell’amore di Dio, il più grande tesoro donato all’umanità, e fuggi il peccato, la più grande disgrazia della storia.
La Sindone è immagine di impotenza: impotenza della morte, in cui si rivela la conseguenza estrema del mistero dell’Incarnazione. Il telo sindonico ci spinge a misurarci con l’aspetto più conturbante del mistero dell’Incarnazione, che è anche quello in cui si mostra con quanta verità
Dio si sia fatto veramente uomo, assumendo la nostra condizione in tutto, fuorché nel peccato.
Ognuno è scosso dal pensiero che nemmeno il Figlio di Dio abbia resistito alla forza della morte, ma tutti ci commuoviamo al pensiero che egli ha talmente partecipato alla nostra condizione umana da volersi sottoporre all’impotenza totale del momento in cui la vita si spegne. E’ l’esperienza del Sabato Santo, passaggio importante del cammino di Gesù verso la Gloria, da cui si sprigiona un raggio di luce che investe il dolore e la morte di ogni uomo.
La fede, ricordandoci la vittoria di Cristo, ci comunica la certezza che il sepolcro non è traguardo ultimo dell’esistenza. Dio ci chiama alla risurrezione ed alla vita immortale.
La Sindone è immagine del silenzio. C’è un silenzio tragico dell’incomunicabilità, che ha nella morte la sua massima espressione, e c’è il silenzio della fecondità, che è proprio di chi rinuncia a farsi sentire all’esterno per raggiungere nel profondo le radici della verità e della vita.
La Sindone esprime non solo il silenzio della morte, ma anche il silenzio coraggioso e fecondo del superamento dell’effimero, grazie all’immersione totale nell’eterno presente di Dio. Essa mento dell’effimero, grazie all’immersione totale nell’eterno presente di Dio. Essa offre così la commovente conferma del fatto che l’onnipotenza misericordiosa del nostro Dio non è arrestata da nessuna forza del male, ma sa anzi far concorrere al bene la stessa forza del male.
Il nostro tempo ha bisogno di riscoprire la fecondità del silenzio, per superare la dissipazione dei suoni, delle immagini, delle chiacchiere che troppo spesso impediscono di sentire la voce di Dio.
Viene spontaneo di fronte a quel volto pregare: mostraci il tuo volto, Signore! Concedici di accettarlo nei tratti di questa terribile sofferenza, per essere degni di ammirarlo poi nella gloria. Fac-ci sentire inflitte a noi le offese e gli insulti che colpiscono il tuo volto, di non fare pace con quanto ostacola in noi e attorno a noi il cammino del tuo regno. Dacci il coraggio di superare tutte le nostre paure guardando il tuo volto, imitando il tuo modo di affrontare la paura; le nostre sofferenze trovino consolazione nel tuo volto pieno di pace sovrana. Fai che lo riconosciamo ogni volta che ci viene incontro
nella sofferenza di innumerevoli fratelli, che sono a titolo privilegiato immagini tue, volto del volto di Cristo.
volto di Cristo.
Don Giuseppe Ghiberti