Torino Stratosferica
presenta
*The City At Stake*
Utopian Hours 2020
IV edizione
Torino, 23-25 ottobre
Il festival Utopian Hours 2020 andrà al cuore del problema: la città è a rischio — Il tema, deciso un mese fa, si rivela oggi ancora più urgente — La città è in ballo su tre livelli: fisico, politico, filosofico — Come vivremo le città, ora che non possiamo più viverle come prima? — Umanisti e ottimisti: le città sono la nostra evoluzione.
Il tema di Utopian Hours 2020
Per la prima volta, il “festival della città” Utopian Hours propone un tema per la sua prossima edizione. L’appuntamento internazionale di tre giorni dedicato al city making va al cuore del problema: la città è in pericolo, l’idea stessa di città non può più essere data per scontata. La sua identità e la sua ragion d’essere sono messe profondamente in discussione.
The City At Stake
Da vent’anni una serie di eventi drammatici minano il concetto stesso di città: il terrorismo, la crisi finanziaria, la crisi ambientale e biologica. E oggi, in modo drammatico, la pandemia.
La città, che dopo un secolo e mezzo di accuse e critiche era stata rivalutata come luogo primario della nostra evoluzione, come concetto ideale di “assicurazione” contro i grandi disastri del Novecento, è oggi sul piatto, in bilico, contesa tra interessi diversi.
La città gloriosa, la città libera, la città che esalta, quella portata in palmo di mano dai giovani e dagli “urbaniti”, dai talenti tolleranti e dagli innovatori sociali, la città che è soluzione ai mali del mondo, la città insomma che tutti amiamo e sogniamo di migliorare è a un bivio. Che ne sarà della città se l’essenza stessa della città è a rischio?
The people, where will they go?
La domanda che si faceva già Ebenezer Howard nel 1898 nel suo To-morrow. A Peaceful Path to Real Reform (poi riedito col titolo di Garden Cities) torna oggi a essere centrale. La gente dove andrà?
Con questa semplice domanda in testa e con gli occhi che osservano da anni le città e la loro evoluzione, possiamo notare un evidente fallimento su tre livelli distinti, che porta a tre ulteriori interrogativi pressanti.
La città è a rischio su tre livelli
Il primo è il livello fisico. Oggi la forma città sembra non essere più il contenitore adatto. La densità, la prossimità, le varie tipologie urbane che conosciamo, originate in buona parte dalle grandi invenzioni del 1900, sono tutti elementi che appaiono desueti e inadatti alle sfide che le città hanno di fronte, tra cui il cambiamento climatico è forse la principale. La forma urbana che continua a estendersi in modo globale è palesemente inadeguata e ciononostante viene costantemente ricreata in modo errato in giro per il mondo, in un proliferare di new cities la cui forma è di per sé inefficiente, invivibile, insostenibile: una città che tradisce il senso stesso di città.
Ci chiediamo quindi: Qual è la forma urbana del futuro? Cosa significa smart city? Cosa significa davvero resilienza?
Il secondo livello è quello del potere. Riguarda il soft power, l’affermazione, l’aggregazione, e si estende fino al controllo sociale. Il sistema di governo e di auto-affermazione della città sembra non essere più adatto, e in alcuni luoghi del mondo è diventato una forma di controllo che ci aliena e ci fa ribellare. Siamo velocemente passati da un periodo in cui le città sembravano più importanti degli stati e i sindaci più adatti a governare il mondo dei capi di stato, a un momento in cui le città hanno perso autorevolezza, controllo, decisioni, e i sindaci cercano di contrastare le emergenze con gli hashtag. In parallelo, c’è il tema del contenimento, del controllo degli accessi, della sorveglianza, della limitazione delle libertà. Il famoso detto Stadtluft macht frei (“L’aria di città rende liberi”) diventa oggi “L’aria di città rende prigionieri”. I city quitter, consapevoli dei meccanismi di controllo e limitazione imposti oggi nelle città, sono pronti a approdare in campagna, in valle, nella fattoria, per ricostruire lì il proprio sentimento urbano, in modalità nuove, come forma virtuosa di affermazione e produzione di conoscenza.
Ha ancora senso parlare di città-stato? A cosa porta il “data urbanism”, che vuole regolare il battito della vita urbana con il controllo incessante dei nostri dati privati? Quanto dura il richiamo della campagna?
Il terzo livello è infine quello filosofico, teleologico, che intende la città come modello del libero pensiero. Qui è l’essenza stessa della città che si sta smagnetizzando. Il fine della città sembrava essere il luogo prescelto per il libero pensiero, per la circolazione delle idee, per l’incontro surreale e serendipico che portava ricchezza e eccitazione. È la città a cui hanno inneggiato alcuni grandi pensatori e innovatori americani dagli anni ’60 e ’70 in poi, anche grazie all’uso di sostanze psicotrope come forma di sperimentazione radicale: si sta in città per evitare che si ripetano le guerre, si sta nelle città per sottrarsi alla tradizione e al potere delle élite, per affermare la propria libertà di pensiero e di iniziativa, per essere al centro del commercio e della cultura. Si sta in città per vivere come società di individui, autonomi e insieme interconnessi. Si sta in città per anticipare il futuro. La città era il luogo “di culto” in cui costruire l’unica verità, quella personale. Ma oggi la città esprime sempre di più i conformismi, il pensiero dominante, il politicamente corretto, le fake news.
Se non è la città, quale sarà il luogo in cui possiamo costruire la nostra personale verità? Se la città smette di essere il luogo in cui si manifesta l’evoluzione dell’uomo, cosa ci rimane? Qual è l’alternativa?
Utopia contro distopia
A tutte queste domande non diamo oggi risposte.
Lo farà il festival Utopian Hours, con la sua formula aperta, multidisciplinare, provocatoria, appassionata, con i suoi richiami ai grandi visionari urbani del passato, i cui insegnamenti sono ancora oggi validi, e con ospiti internazionali di primo livello, imprenditori, innovatori, attivisti civici coraggiosi, che ci aiuteranno a ragionare su tutti questi interrogativi e a capire il senso del prossimo futuro.
Il festival è anche il luogo e il momento in cui chiedersi “Che cos’è un cittadino?”. Ecco perché al centro della quarta edizione ci sarà anche il pubblico, che diventerà parte attiva dell’evento tramite nuovi format di scambio di idee e di partecipazione.
Non sappiamo dove andrà la città, ma è certo che va ripensata.
Nota:
Il tema della quarta edizione di Utopian Hours è stato scelto dai curatori un mese fa. L’annuncio viene dato solo oggi (sei mesi dall’inizio del festival) perché in queste settimane la priorità di tutti è stata conoscere gli effetti della pandemia e capire come organizzare il nostro nuovo stile di vita. Proprio alla luce di quanto sta accadendo nel mondo, mentre osserviamo le nostre città deserte, il tema si conferma centrale.
Al di là della drammatica emergenza legata alla pandemia, sappiamo che è lo stesso concetto di città a essere in ballo. Non va difesa solo la nostra salute e la nostra economia. Va difesa la nostra capacità di immaginare, costruire, vivere e raccontare la città.

—Il team di Torino Stratosferica