
L’8 luglio 2025 per il Museo Egizio di Torino è stato un giorno speciale , perché innanzitutto è stato reso ufficiale la riconfermati della Presidenza a Evelina Christillin ,direttore Christian Greco fino al 2028 e presentato alla Stampa le nuove sale di Iti e Neferu e di Ahmose.
La conferma della sua nomina era già arrivata nelle scorse settimane. “Era nell’aria ma come speravamo e visti gli ottimi rapporti con il Ministero della cultura, i rapporti sono eccellenti, l’orizzonte si è sgombrato dalle nubi precedenti“, aggiunge la presidente della Fondazione Museo Egizio, , che per l’occasione indossa la maglia dell’Europride: “Il Museo collaborerà con quello che sarà un grande evento per Torino“- Evelina Christillin
Inoltre “Ritengo che il direttore verrà rinominato per un altro mandato da questo consiglio – conferma Evelina Christillin -. E questo credo che premi il lavoro eccezionale fatto da Christian Greco con tutta la nostra struttura, testimoniato anche dal successo del progetto del bicentenario”.
Christian Grego nel suo intervento ha detto : “Grazie della fiducia che mi è stata data. Sono estremamente lieto di poter continuare il lavoro e da parte mia ci sarà sempre grande passione e entusiasmo di lavorare nel posto più bello del mondo per un egittologo. Un grazie anche a tutto il personale del museo , che una bella squadra. Infatti facendo squadra si vince.”
“Sono contento del rinnovo, ovviamente, adesso si guarda avanti” è il commento il neo rieletto .direttore del Museo Egizio Christian Greco a margine dell’apertura del nuovo allestimento delle sale di Iti e Neferu e Ahmose. Il suo lavoro continua dal 2014 e ora proseguirà per altri quattro anni.
Gli investimenti per il bicentenario
Un progetto da 23 milioni. 7 autofinanziati dal museo stesso. Gli altri raccolti tra aziende pubbliche e private.
“Quando ci sono dei buoni progetti il territorio italiano risponde – continua Christillin -. Abbiamo fatto una call generica e hanno risposto aziende che non fanno parte del territorio, alcune sì altre no, e che hanno avuto fiducia nel progetto”.
La piazza coperta, aperta al pubblico, sarà pronta per l’estate 2025; il piano ipogeo sottostante entro ottobre.
Verso il milione di visitatori
Cantieri che hanno obbligato a ridurre temporaneamente i percorsi di visita, e che tuttavia non hanno impedito al museo di sfiorare il milione di biglietti venduti nel 2024. E si guarda già al futuro.
“Riprenderemo con le mostre itineranti che vendiamo fuori dall’Italia e che abbiamo dovuto interrompere in questi due anni per seguire i lavori del bicentenario: continueremo sulla strada tracciata”, conclude Christillin.
Il Museo Egizio ha vinto un bando del PNNR sulla disabilita , infitti grazie a questi fidanzamento sono stati modificati cartelloni e le ascialie per renderli più chiare, nelle sale ci sono i table per i non vedenti e qrcode per gli accompagnatori dei sordi muti.

Inoltre è stato riservato un stanza chiamata Sala Relax : per consentire le mamme ad allattare i bambi, per consentire al visitatore di riposarsi se è molto stanco e per la emergenze.
Il museo dispone di uno spazio di ristoro , per caffè break o per uno spuntino; così il visitatore può godersi la visita in tranquillità.

Studiare il patrimonio di reperti dell’antico Egitto e approfondire la vita degli archeologi che hanno contribuito a far emergere i tesori di questa antica civiltà riserva ancora sorprese e nuove scoperte. È il caso della sala di Iti e Neferu e della saletta dedicata alla Principessa Ahmose del Museo Egizio, oggetto entrambe di un riallestimento che apre al pubblico l’8 luglio, grazie al lavoro di studio e ricerca dei curatori del Museo: Beppe Moiso, Enrico Ferraris e Cinzia Soddu e alla progettazione espositiva di Enrico Barbero e Piera Luisolo.

La sala dedicata alla ricostruzione della tomba di Iti e Neferu in Museo, è stata rivista architettonicamente, sulla base di una serie di studi condotti sulla struttura della tomba, sui suoi 14 pilastri, attraverso il parallelo con altre tombe coeve, sulla base di fotografie scattate dallo stesso Schiaparelli. Delle 36 pitture originariamente staccate dalla tomba e arrivate a Torino nel 1924, dopo un lungo restauro a Firenze, operato da Fabrizio Lucarini, ne furono esposte in museo 29. Una delle 7 mancanti è riemersa recentemente dai depositi del Museo di Antropologia ed Etnografia di Torino e attualmente è ancora oggetto di un delicato lavoro di restauro; mentre le altre, andate perdute, ci sono note solo attraverso fotografie di archivio. L’intero corpus delle pitture è tuttavia visibile nell’archivio storico fotografico online dell’Egizio, che contiene circa 2mila immagini digitalizzate, che documentano l’intera attività archeologica condotta dal Museo in Egitto, tra il 1903 e il 1937.
Il nuovo allestimento della tomba di Iti e Neferu non è soltanto un aggiornamento espositivo, ma anche un modo per restituire al pubblico una pagina fondamentale della storia del Museo e dell’archeologia italiana, legata alla campagna di scavo del 1911 a Gebelein, condotta da Virginio Rosa, giovane chimico e botanico, in procinto di diventare egittologo, scomparso prematuramente a soli 26 anni. Quella di Gebelein fu l’unica, delle dodici missioni promosse da Ernesto Schiaparelli, a disporre di una documentazione ampia e dettagliata.
La figura di Virginio Rosa emerge come centrale non solo per l’importanza della scoperta, ma anche per le notevoli capacità fotografiche in ambito archeologico: il suo patrigno, Secondo Pia, fu il primo a documentare fotograficamente la Sindone e lo stesso Rosa fu il primo a impiegare lastre fotografiche a colori in una missione archeologica di Schiaparelli, testimoniando con straordinaria modernità le fasi dello scavo. La figura di Virginio Rosa e le sue scoperte saranno presto oggetto di un volume della collana Studi del Museo Egizio (Franco Cosimo Panini Editore), intitolato 1911: l’Egitto di Virginio Rosa e scritto da Beppe Moiso.
Il libro restituirà, attraverso la documentazione archivistica e il giornale di scavo, compilato da Rosa, i disegni, gli scambi epistolari con Schiaparelli, uno spaccato sulle varie attività collegate alla ricerca archeologica e sulle istruzioni lasciate da Schiaparelli per condurre correttamente uno scavo. La saletta dedicata alla Principessa Ahmose, al primo piano del Museo, accanto a quella di Nefertari, è stata riallestita secondo una logica narrativa coerente, che mette al centro il ruolo dell’archeologo e l’importanza della documentazione d’archivio e delle scienze della conservazione.

Accogliendo la frammentarietà dei reperti come un’opportunità narrativa, il museo ha trasformato la parzialità dei materiali in occasione di approfondimento e riflessione sul lavoro dell’archeologo. Il nucleo narrativo si concentra sui reperti recuperati dai depositi: i calzari in cuoio della principessa, restaurati con grande perizia da Francesca Gaia Maiocchi e Giulia Pallottini, restauratrici del Museo, un frammento di tessuto su cui poggiavano i monili della principessa. L’interpretazione di oggetti frammentari è a Aidata ai disegni ricostruttivi del curatore Paolo Marini, che rendono leggibili reperti altrimenti diAicili da comprendere e illustrano al pubblico il processo di ricostruzione e lettura archeologica. Il tema dell’esposizione delle mummie e, più in generale, dei resti umani è da tempo oggetto di un’attenta riflessione da parte del Museo, che negli ultimi dieci anni ha aArontato questa questione con particolare sensibilità, consapevole della complessità delle implicazioni etiche e della varietà di percezioni culturali dei visitatori, provenienti da contesti e tradizioni molto diAerenti tra loro. Proprio per rispondere a queste sfide, è stato istituito all’interno del Museo un Comitato etico, con l’obiettivo di guidare e accompagnare le scelte espositive, nel rispetto della dignità dei reperti umani e delle diverse sensibilità contemporanee. Nel caso del riallestimento dei resti di Ahmose, il Museo ha scelto una soluzione innovativa e rispettosa: è stato realizzato un guscio protettivo in fibra di basalto, modellato con precisione sulle forme irregolari del reperto.
La presenza di microfori distribuiti su tutta la superficie consente un’eAicace e invisibile ventilazione del volto, garantendo al contempo la conservazione ottimale e una presentazione rispettosa del reperto. L’impegno del Museo in questo ambito continua a orientarsi verso un dialogo aperto e consapevole con il pubblico, nel segno della responsabilità scientifica, dell’inclusività culturale e del rispetto della persona anche oltre la morte. Le pareti delle vetrine dedicate ad Ahmose, a Nebiry e alla tomba denominata Queens’ Valley 39 riportano l’indicazione delle tombe di provenienza, inserite in una mappa della Valle delle Regine, che restituisce unità e contesto agli scavi condotti da Schiaparelli in quella zona. Il racconto si articola attraverso nuovi testi, apparati grafici, e ricostruzioni visive che aiutano a comprendere le caratteristiche di queste sepolture, meno monumentali rispetto a quella di Nefertari, ma comunque appartenenti a personaggi di alto rango. Nel basamento della principessa Ahmose sarà visibile l’infografica riguardante il telo funerario. Il lenzuolo funebre che avvolgeva il corpo di Ahmose, ritrovato in frammenti, è anche uno dei primi esempi di Libro dei Morti e risale alla fine della XVII dinastia (circa 1540 a.C.). Grazie alla ricostruzione del testo, si stima che in origine fosse lungo 4 metri e largo oltre un metro. I reperti della tomba di Nebiry tra cui i suoi vasi canopi e ceramiche di imitazione cipriota, restituiscono l’immagine di un alto funzionario a contatto con circuiti internazionali e inserito in una rete di scambi che rifletteva lo status e le relazioni esterne dell’Egitto del Nuovo Regno. L’intento è stato quello di costruire un racconto coerente e accessibile, che unisce la documentazione archeologica, il restauro e la riflessione museografica. Grazie a questo intervento, le sale dedicate a Nefertari e Ahmose risultano oggi più armoniche e coerenti, non solo dal punto di vista visivo, ma anche narrativo. La frammentarietà di alcuni oggetti è trasformata in un’opportunità di racconto minuzioso, oArendo al pubblico uno sguardo ravvicinato e consapevole sul lavoro dell’archeologo, sull’importanza della conservazione e sulla capacità del museo di rinnovarsi attraverso la ricerca.