Alla presenza di un folto pubblico, venerdì 15 novembre alle 18.00, presso la Sala 1 della GAM di Torino, ha avuto luogo l’incontro con l’artista Enrica Borghi , tra le cui opere più significative si annoverano: la Palla al Piede(1995) ed il Tappeto (2001).
Enrica Borghi nasce nel 1966 a Premosello Chiovenda, vive e lavora a Milano. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Brera, inizia l’attività espositiva nel 1992 utilizzando come mezzo espressivo la fotografia o creando installazioni realizzate con materiali di recupero. Nel ‘95, alla Galleria Alberto Peola di Torino presenta abiti femminili, realizzati con sacchetti da supermercato, etichette, carta da confezioni e una serie di “Veneri”, busti e statue della tradizione classica ricoperti di unghie finte, piume, ornate di bigodini e bottoni automatici. Nel ‘97 partecipa a “Quando i rifiuti diventano arte” curata da Lea Vergine al Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, ed è invitata alla Biennale Internazionale Giovani di Torino.
L’installazione per Luci d’Artista di Enrica Borghi, intitolata Palle di Neve, è stata realizzata nel 1998 per la prima edizione della manifestazione. L’opera è costituita da una serie di globi di polistirolo sui quali sono fissate delle bottiglie di plastica sfrangiate, all`interno di ogni bottiglia è collocata una lampadina. L` installazione ricrea l`effetto di una nevicata: i globi, visti da lontano, sembrano giganteschi fiocchi di neve, la leggerezza dell’installazione è enfatizzata dalla sua collocazione in vie lunghe e strette. “La scelta delle bottiglie di plastica è legata all’idea dell’usa e getta, è un materiale che contiene qualcosa che è legato all’alimentazione, che poi gettiamo senza curarci del lato estetico e di quello che rappresenta quell’oggetto. Quello che mi interessa è che è stato pensato per una vita brevissima, ha delle caratteristiche per cui non deve durare, porta ad una riflessione sul tempo. Un altro aspetto è che sono accattivanti, molto spesso sono disegnate da designer; inoltre trovo siano molto legate al tema femminile, perché sono nella cucina, sulla tavola, nel nostro quotidiano. I primi lavori partono da un’idea legata al taglio e all’assemblaggio, cercando di indagare la caratteristica di questo materiale, come nei lavori con i sacchetti di plastica anch’essi tagliati e assemblati con una manualità femminile: l’uncinetto, la maglia. Anche con le bottiglie ho cercato di fare un lavoro minuzioso, sfrangiarle fino ad arrivare a filamenti molto sottili che ricordano il filo e la tessitura. … Poi per il lavoro delle Luci le bottiglie erano perfette, lucide trasparenti, davano l’idea del ghiaccio”. L’artista è consapevole di aver utilizzato materiali facilmente deperibili a causa dello lo smog e della polvere che hanno reso le bottiglie opache e ingrigito il polistirolo: infatti, nel 2005 l’opera è stata completamente rifatta, le lampadine sono state sostituite da led che, oltre al risparmio energetico, consentono un effetto di luce più fredda
“Affronta gli stereotipi generalmente connessi all’identità femminile: la moda, la cucina, la cosmesi, la bellezza. Ma ciò che contraddistingue la sua generazione, rispetto alle correnti storicamente impegnate nella “denuncia” femminista, è l’ironia, atteggiamento cui l’artista ha iniziato la sua attività a metà degli anni Novanta dopo gli studi all’Accademia di Brera. Caratterizza le sue opere la volontà di tramutare materiali poveri, inquinanti o riciclati, in sculture, abiti e installazioni: così la Venere di Milo, icona classica della bellezza femminile, è rivisitata dalla Borghi tramite l’uso di unghie artificiali dipinte; i polli allo spiedo sono surrealisticamente vestiti con lingerie sexy; gli abiti, come quello confezionato per un’immaginaria regina e presentato al castello di Rivoli nel 1999, sono realizzati con migliaia di bottiglie di polietilene lavorate con maestria artigianale” .
Enrica Borghi collabora anche alla realizzazione di Dreamers, una sfilata site-specific, in cui le donne sembrano indossare delle corazze, in bilico tra seduzione e protezione del proprio corpo… sembrano indumenti/scultura usciti non tanto dalla discarica ma da massaie che igienizzano gli elementi di scarto per reinventarsi mondi fantastici. I suoi abiti corazza nascono dal ri-uso di sacchetti di plastica e contenitori dei detersivi.
Enrica Borghi è una record woman, anzi una record artist come dimostra il fatto sia la prima artista donna vivente a cui il Castello Visconteo Sforzesco di Novara dedica una mostra in cui l’artista viene presentata con queste parole: “Enrica Borghi è i grado di cristallizzare in bellezza l’anima del nostro vivere quotidiano, indagando i temi del ri-uso, dell’ambiente, del territorio e della femminilità”. Lei aggiunge: “Voglio raccontare la seduzione dei rifiuti, la possibilità alchemica della trasformazione”.
Nomade 2019
Nel 2019 Enrica Borghi ha progettato Nomade in collaborazione con il Dipartimento Educazione GAM. Nel tempo, prendendo spunto da una tenda che è diventata sinonimo dell’idea di ‘area aperta’ e di ‘natura’, ma che, in origine, veniva utilizzata come casa e, avendo una struttura leggera, si adattava allo stile di una vita nomade. Le tende, che sembrano molto simili alla nostra idea moderna di una tenda, sono state utilizzate almeno fin dalla prima età del ferro e probabilmente molto più a lungo. Le tende sono anche menzionate nella Bibbia, in Isaia 54:2 indica quanto fosse importante nella prima società: ‘Allarga il posto della tua tenda e lascia che stendano le tende delle tue abitazioni: risparmia, allunga le code e realizza la tua posta’. Un rifugio nomade tradizionale è la iurta, una tenda circolare portatile, normalmente ricoperta di pelli o feltro, che era ed è ancora oggi utilizzata come dimora dei nomadi nelle steppe dell’Asia centrale e in particolare della Mongolia dove viene chiamata ‘gher’. Sono realizzate con supporti e travicelli in legno, hanno un grande tetto a volte autoportante e talvolta supportato da uno o più pali interno centrali. Le iurte hanno una forte valenza simbolica derivata dalle culture: sciamanica, buddhista e cinese. Sono state usate come abitazioni in Asia per oltre 3000 anni e sono progettate per essere relativamente facili da smontare e da riporre in un contenitore che può essere trasportato sul dorso di un cammello o uno vak,
Il Progetto
Il progetto sviluppa una struttura di ampie dimensioni ispirata alla iurte con la possibilità di entrare e poterci sostare. E’ luogo di sosta ma anche di incontro, scambio, conversazione, dibattito sulle tematiche legate all’economia circolare, dall’ambiente e alle problematiche dello smaltimento delle materie plastiche. Consiste in una struttura in legno, (come da disegni costruttivi delle urte classiche) a cui è stata aggiunta una copertura realizzata con materiale di scarto di tipo plastico, materiale che connota le opere di Enrica Borghi attraverso il suo ‘segno stilistico, delle bottiglie tagliate e assemblate con moduli geometrici ai sacchetti in polietilene cuciti per comporre patchwork cromaticamente accattivanti. A questi materiali sono stati affiancati filati del Gomitolo rosa con i quali sono state realizzate delle fasce’ utili a fissare la copertura della struttura, riprendendo così la funzione originaria delle striscie di pelle che fissano il feltro o il pellame nelle iurte tradizionali.